Perché è difficile imparare dalla sofferenza

Perché è difficile imparare dalla sofferenza

Come ben sappiamo, la presenza del dolore nella vita è irriducibile, ostinata. Omettendo qui il dolore originato dal corpo ferito, debilitato, inceppato, è molta anche la sofferenza che ha cause meno assolute, perché prodotta dalla relazione che abbiamo con noi stessi e con gli altri.

È piuttosto comune la convinzione che la sofferenza, con il suo fardello di fatica, abbia proprietà pedagogiche, tali da lasciare migliori. Come avesse la proprietà, quasi un risarcimento, di lasciare in eredità una conseguenza benefica. “Se davvero la sofferenza impartisse lezioni, il mondo sarebbe popolato di soli saggi. E invece il dolore non ha nulla da insegnare a chi non trova la forza e il coraggio di starlo ad ascoltare.” Freud.

In realtà, la sofferenza che si vive lascia quasi sempre un segno, soprattutto quando la si vive da piccoli, ancora privi di protezioni identitarie. Senonché, sovente la traccia che rimane del dolore vissuto non viene incisa nella psiche con l’obiettivo di diventare più saggi, di espandere capacità di serenità e benessere personale e umano. La sofferenza vissuta diventa grammatica inconscia nell’orchestrare i meccanismi di difesa di cui ci si avvale. In altre parole, non si impara dalla sofferenza modi di essere migliori, ma difese per non essere nuovamente feriti.

Quando ad apprendere dalla sofferenza è la psiche emotiva e inconscia è assente la guida di un pensiero che considera la realtà in modo più vasto e articolato, che riuscirebbe a collocare l’esperienza dolorosa in una cornice con più variabili e condizioni. Invece, l’inconscio che elabora la sofferenza è grossolano, rozzo, generalizza i fatti a cui è connessa, per trarne un meccanismo difensivo veloce, semplice, da adottare su vasta scala, senza troppa raffinatezza nella selezione delle esperienze da cui proteggersi. Così si imparano dalla sofferenza la sfiducia ricorrente, la cautela eccessiva, la distanza affettiva, la permalosità, l’eccessiva timidezza, l’intransigenza e tante altre lezioni di cui l’inconscio si è impossessato attraverso il dolore.

Differente è apprendere dalla sofferenza quando si ricorre alla riflessione, al riesame dell’esperienza che si è vissuta (o si sta vivendo). Perché, per potersi dispiegare nella sua potenzialità, la riflessione deve saper tenere a freno il malessere emotivo, l’urto doloroso che si prova. Il che significa che la riflessione, quando non è complice della rivendicazione del proprio dolore, deve affrontare un conflitto con i propri vissuti, deve impossessarsi dal dolore prendendone le distanze, per interrogarsi su cosa quel dolore abbia da insegnare. Uno sguardo impegnativo perché esce dal dolore, perché si distacca dalla pena che reclama ogni attenzione, per considerarne tutta la realtà ad essa collegata: i propri modi di agire e di pensare, tutte le ragioni perché quel che si vive sia vissuto con dolore.

Se dunque è vero che la sofferenza insegna sempre qualcosa, la differenza è quanto siamo stati autori intenzionali e consapevoli di quel che abbiamo imparato da essa, tanto da essere diventate persone migliori e non avere avuto in eredità dalla sofferenza solo il suo carico di paura e difese.

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