Non è sottomettersi a una prigione che produce l’esperienza di sentirsi in prigione. 

Qualunque forma di vita sociale e affettiva, per avere stabilità e durata, ha necessità di reggersi sulla sottomissione a regole, impedimenti, limitazioni. 
Facilmente potremmo chiamare prigioni alcune comunità che assoggettano a riti e adempimenti rigidissimi, nella vita domestica e sociale. Senonché, in moltissimi e moltissime di coloro che vi aderiscono, non troveremo alcun vissuto di imprigionamento.
Pure potremmo osservare, a nostro giudizio, faticose prigioni nelle vite amorose e sentimentali. Ma poi dovremmo anche accettare che sovente sono vite vissute con un convinto sentimento di libertà. 

Perciò non sono solo le sbarre a produrre in noi la faticosa esperienza di imprigionamento. E’ anche nel sentimento di ciascuno, nella risposta psicologica e non solo etica, che la prigione prende forma, in modi differenti. Il disagio di sentirsi imprigionati nasce da un mix che affiora alla coscienza: la percezione di essere privati di una libertà e il malessere che suscita questa limitazione. 

Un sentimento di imprigionamento accade facilmente quando si è costretti a perdere una libertà a cui ci si era abituati. Sentirsi liberi corrisponde a uno stato di spensieratezza. Quando i nostri modi di essere e le nostre scelte si sono automatizzati in comportamenti che non richiedono di essere vigilati, controllati, soppesati. Il sentimento piacevole della libertà corrisponde a una mente che non deve preoccuparsi di sé stessa. Così se sopraggiungono cambiamenti che ci costringono a limitare consapevolmente ciò a cui prima non pensavamo, questo sforzo cognitivo, di autocontrollo, può trasformarsi nell’opprimente sensazione di essere imprigionati. Non sempre conta quanto benefica e aperta fosse la libertà che avevamo, o ragionevole sia il nuovo limite, l’oppressione della prigione si manifesta con la fatica di dover riconsiderare abitudini che si possedevano, spensieratamente e spontaneamente. Perdere abitudini produce un’insurrezione della mente, ostile a dover abbandonare la leggerezza automatizzata, di modi di agire che non richiedevano impegno e coscienza. 

Certo sentirsi in prigione riguarda le scelte di cui perdiamo la libertà, ma sono le scelte di cui ci accorgiamo. Vi scelte che potremmo fare ma che ci siamo abituati a non considerare, alle quali abbiamo rinunciato inconsapevolmente, vi sono prigioni che non avvertiamo perché sono diventate abitudini spontanee.

Per questo il tema della libertà è impegnativo, perché non può essere regolato dal sentimento della fatica che viviamo verso una regola. Perché potrebbe produrre adattamento a prigioni di cui non ne percepiamo la violenza, oppure ribellioni verso limiti che invece sono necessari per garantirla.