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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
per una vita consapevole,
gentile ed etica.

Rassegnarsi è diverso da accettare

Rassegnarsi è diverso da accettare

Sono contigue e sovente sembrano lo stesso: rassegnarsi e accettare. Entrambi gli stati d’animo hanno in comune il mantenersi in un’esperienza deludente che si sta vivendo, senza ricorrere a una ribellione, o a un allontanamento. Ma ben diverso è rassegnarsi a una realtà dall’accettarla. Ci si può rassegnare a un lavoro che impoverisce oppure lo si può accettare. Come ci si può rassegnare a una relazione coniugale infelice o la si può accettare. Entrambe sono risposte adattive, mettono a disposizione una modalità per affrontare un disagio a cui non sottrarsi. Diverse però sono le premesse e le conseguenze.

Rassegnarsi. Non si vedono vie d’uscita, quel che si vive sembra ineludibile. Nessun cambiamento appare percorribile. Nessuno sforzo viene ritenuto sufficiente per mutare la realtà a cui si è sottomessi, non rimane che piegarsi, ammettere l’impossibilità, l’impotenza.

Ciò che si vive viene creduto condannato a un’irrimediabile immobilità, più forte e granitica di ogni tentativo di modificarla.

La rassegnazione, ancorché possa produrre frustrazione e persino depressione, incarna, nel senso che è orchestrata nel profondo della nostra mente, una strategia difensiva, protettiva.

È una strategia di elaborazione del disagio attraverso una messa in scena dell’impotenza. Certo un sentimento faticoso e doloso, ma con un ritorno benefico: di potersi sentire vittime, innocenti pedine di una realtà a cui non si può porre rimedio. Si ottiene, ed è molto, di sentirsi privi di responsabilità e potere su ciò che si vive. Una liberazione dal peso identitario di dover rispondere di possibilità che non si stanno utilizzando, di coraggio che non si sta raccogliendo, di determinazione che non si possiede.

Nel non riuscire a mutare ciò che si sta vivendo, lo si assolutizza, lo si ingigantisce, rendendolo una realtà indipendente da sé, ottenendone così uno una consolazione riparatrice: di chi non ha alternative e per questo è innocente. Ammettere l’impotenza, e con essa l’incolpevolezza, consente di non dover ammettere l’incapacità.

Accettare. Anche accettando non ci si sottrae a ciò che si sta vivendo, ci si mantiene nella sua orbita. Ma quel che si vive non viene assolutizzato, non viene esasperato e ingigantito. Non viene valutato come fosse al di là e al di sopra qualunque cosa si potrebbe fare.

Si accetta attraverso una valutazione emotivamente distaccata della realtà e dei fatti. Se ne vedono i disagi, l’insoddisfazione che lascia, ma allo stesso tempo non viene bloccata, pietrificata nell’impossibile e nell’immobilità di un sentimento di impotenza e di vittimismo. Non ci si sente intrappolati in ciò che si vive, ma parte in causa. Sentiamo la sofferenza che ci sta causando quel che viviamo, ma non ce ne sottraiamo collocandoci in un sentimento cronicizzato di sottomissione. Non cerchiamo una fuga o un allontanamento, e neppure ci ripieghiamo nella mestizia della rassegnazione. Ma crediamo in possibili evoluzioni, grazie al cambiamento nei propri modi di affrontare e di elaborare l’esperienza di malessere in corso.

Se nella rassegnazione il disagio del presente è creduto immodificabile, per non avere il disagio dell’incapacità, nell’atteggiamento dell’accettazione si guarda al disagio che si vive rivendicando un sentimento di controllo e responsabilità verso ciò che ci accade, sostenuti da una visione incoraggiante del futuro e di noi stessi.

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