La maggior parte dei bambini che devono affrontare la separazione dei propri genitori sviluppano la fantasia di esserne stati i colpevoli, i responsabili. Di avere qualcosa di così sbagliato o riprovevole da aver causato la loro frattura amorosa. Si tratta di un pensiero onnipotente, ma che consente al bambino di sentirsi autore del dolore che vive, di sentirsene l’artefice. Meglio sentirsi causa di ciò che si vive, anche se questo significa castigare se stessi, piuttosto che il dolore, intollerabile, di sentirsi impotenti di fronte a un accadimento tanto decisivo per la propria vita, quale la separazione dei propri genitori

Sentire di avere il controllo di ciò che è vitale per la nostra esistenza è un requisito di sopravvivenza psicologica. Ci occorre, per un benessere esistenziale, la convinzione di poter stabilire di cosa essere autori e di avere nelle nostre mani ciò che consideriamo fondamentale per la regia di noi stessi. 

Il passaggio, nella Grecia antica, dall’epica di Omero alla tragedia di Sofocle è segnato dalla nascita del sentimento dell’identità. Lo svolgimento della vita degli eroi omerici è dominato dalla volontà degli dei, che sono l’ultima voce a deciderne il destino, anche se posseggono le qualità di Ulisse. Destino che quindi non diventa mai libertà. Poi la società greca muta e si afferma il bisogno di pensarsi soggetti liberi, nel decidere le scelte della propria vita. Sofocle scrive in questi anni la tragedia di Edipo e Socrate parla dell’importanza di conoscere se stessi. La vicenda di Edipo è nota. Quando scopre la sua inconsapevolezza, di aver ucciso il padre e sposato la madre, non si scaglia contro gli dei, responsabili delle sue sventure, come avrebbe fatto un eroe omerico. Edipo si acceca, per punirsi, anche se innocente. Un gesto che rivendica il dominio e il controllo sulla propria vita, e con essa la propria identità indipendente dagli dei. 

Venendo a questo presente, uno dei fenomeni che ne stanno segnando la trama, mettendo in crisi la nostra identità, è il dilagante sentimento di impotenza. Perché è ricorrente l’esperienza di essere privi delle possibilità di controllare ciò che è rilevante per la nostra identità e la nostra vita. Ciò che definisce cosa possiamo di noi stessi si piega e arretra nel rapporto con una realtà che eccede e sconfina oltre ciò che possiamo controllare. Obbligandoci a un sentimento di vulnerabilità e di carenza di potere su noi stessi. Questa ferita, che lavora sotterranea, nella mortificazione del nostro sentimento di potenza, non rimane silente. Quando si demolisce il sentimento di essere autori di quel che viviamo, quando la vita ci prevarica con un futuro che non ci appartiene, scaturiscono reazioni, si cercano risarcimenti, si rivendicano indennizzi. Privati di un sentimento di potere sulla nostra vita cerchiamo colpe e colpevoli. Un modo per avere almeno una spiegazione che ci faccia sentire meno abbandonati al caos degli dei.