Forse nessuna qualità di una persona è tanto e universalmente apprezzata come l’affidabilità. 

Essere riconosciuti come affidabili e sentirsi affidabili è una marcatura identitaria pregiata. Così l’opposto, l’inaffidabilità rappresenta un modo d’essere che si fa parente con la scorrettezza, l’irresponsabilità.

Al centro dell’affidabilità vi è la fiducia, l’essere meritevoli di fiducia. Si è affidabili perché si sa trasmettere l’impegno tenace a non tradirla. Quanto di più desiderabile nelle relazioni umane: potersi fidare e affidare con certezza.

Eppure qualcosa non torna. Un piccolo e sotterraneo cortocircuito è nascosto nello status di affidabilità. È il cortocircuito del bisogno, della necessità di potersi fidare senza il rischio di soffrirne. Un bisogno paradossale e contraddittorio. Perché la natura specifica della fiducia (estratta dalla fede) è di saper credere in qualcosa di cui non se ne hanno conoscenza o prove. Dove vi è fiducia vi è una certezza paradossale, vi è un ossimoro del cuore. Si crede in qualcosa di cui non si ha una certezza esperita, dei fatti, della conoscenza. La fiducia crede senza poter dimostrare che sia sicuro. 

Così quando si attribuisce a una persona l’affidabilità si sta cercando una certezza, si sta dando ascolto al bisogno del cuore di non essere tradito, di non dover incontrare sorprese faticose. Un bisogno che crea una convinzione nell’etichetta che si attribuisce con l’affidabilità. Sei affidabile ovvero mi fido che tu possa agire sempre con correttezza e coerenza. Ovvero, mi convinco (certezza) di qualcosa di cui mi fido (incertezza).

L’affidabilità che incontriamo negli altri è così lo specchio della nostra capacità di credere nell’ignoto, della nostra capacità di legarci e affidarci, accontentandoci delle fiducia, di una certezza largamente carente.

Allora non sono gli altri ad essere più o meno affidabili, come vi potesse essere una misura oggettiva. Siamo noi che abbiamo capacità e risorse diverse per trovare negli altri una fiducia di cui meritano.