Di quanto amore abbiamo bisogno?

Di quanto amore abbiamo bisogno?

Quant’è la dose di amore che ci è necessario ricevere dagli altri?

È evidente, ci è indispensabile sentirci amanti, emolliente che nutre la nostra esistenza. Perché ci occorre essere per gli altri per poter sentire di essere anche per noi stessi. Ma è anche dose complicata da amministrare, perché il desiderio di sentirsi amati, apprezzati, ascoltati attinge da una fonte che non ci appartiene, perché è dell’Altro e all’Altro spetta la sua irriducibile libertà. Ma è proprio l’essere sorgente che non possediamo – ricevere dagli altri il balsamo dell’amore, della gentilezza o della cura – che la rende tonico vitale, elargizione benefica che ci dona vita.

È nei primi anni di vita che il nostro rapporto con il bisogno di amore riceve la sua educazione principale, quando se ne ha necessità in ogni battito, nell’avvio vulnerabile e bisognoso della vita. Gli abbracci o la loro assenza, il colore ricorrente o l’attesa vana di attenzione sono l’impronta e la grammatica che si calcifica nell’inconscio nell’indirizzare il rapporto con il proprio bisogno di amore. Così può accadere che la vitale urgenza di amore lasci delle ferite: dall’esperienza con genitori algidi, privi di espressioni esplicite di affetto e empatia; oppure, assistendo l’amore genitoriale incanalato verso altri familiari (es. perché malati o fragili), a cui vengono riservati più affetto e dedizione; o anche da un’educazione che ha minimizzato, silentato, se non svalutato, il desiderio di manifestazioni esplicite di tenerezza e abbracci. Per non dire delle forme violente e abbandoniche subite dai genitori.

E quando sono state patite ferite, che hanno manomesso il proprio bisogno di amore, è facile che si produca una callosità inconscia, una corazza protettiva che ricorre a strategie difensive di comportamento, per prevenire il ripetersi di un dolore già patito. Tra le strategie che possono essersi impiantate, con gradazioni più o meno intense, per le piccole e grandi privazioni affettive vissute, vi sono:

  • l’evitamento del bisogno di amore, indirizzandosi verso relazioni con persone a bassa intensità affettiva e di coinvolgimento, sfuggendo così al rischio di sviluppare attese affettive che potrebbero portare a delusione;
  • la rimozione, l’autocensura verso la manifestazione (anche alle persone care) dei propri desideri di abbracci o coccole;
  • il vittimismo, l’uso della propria fragilità e della propria vulnerabilità per ottenere, o persino rivendicare, affetto e attenzione;
  • la svalorizzazione, l’esasperazione svalutativa delle persone, considerate incapaci di reale ascolto empatico o di sincero desiderio di aiuto degli altri;
  • la rinuncia, la svalorizzazione di sé e delle proprie qualità, da giustificare la propria paralisi verso la ricerca d’amore;
  • la dipendenza, la rinuncia alla propria individuazione, sino all’autosacrificio, credendole condizioni necessarie per non perdere un legame d’amore.

Strategie, dunque, che invece che sottrarsi all’eredità psicologica del passato la rinnovano, reiterando e proiettando contesti e legami di fatica vissuti.

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