A un gruppo di soggetti è stato dato il compito di risolvere alcuni anagrammi. Prima è stato chiesto loro di riflettere se sentivano di poter portare a termine il compito assegnato, rispetto a due inclinazioni: “avere sicurezza di farcela” oppure “avere un dubbio sulla possibilità di farcela”.

L’esito ha mostrato che chi ha avuto un dubbio ha eseguito meglio il compito.

A due gruppi di studenti è stato chiesto di scrivere, prima di iniziare un compito, due frasi a scelta, o che iniziassero con la forma affermativa “I will” (“Ce la farò.”) o che iniziassero con la forma interrogativa “Will I?” (“Ce la farò?”). Eseguito poi il compito, coloro che avevano scritto le frasi con la forma interrogativa, hanno ottenuto risultati migliori. Sebbene non avessero alcuna idea di una connessione con le frasi scritte e il compito fatto successivamente.

Dunque: porsi una domanda e interrogarsi sulla possibilità o meno di riuscire rende più vigili, più capaci e attenti a ciò che si fa. Ripeterci che ce la faremo a raggiungere un obiettivo, affidati alle nostre certezze, non sembrerebbe accresce le possibilità di successo. Perché la certezza riduce l’interrogativo, semplifica la ricerca delle soluzioni, allenta la vigilanza autocritica. Meglio chiederci se ce la faremo. Perché mette il cervello in uno stato di attenzione e di allerta, attivando risorse cognitive che espandono le capacità di realizzare buone soluzioni. 

Meglio concentrarsi sulle domande, invece che credere troppo facilmente di avere già le risposte. Nelle difficoltà la mente viene sollecitata a dare il meglio di sé dal dubbio. Come scriveva Voltarie: “Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola”