L’esperienza dell’attesa solitamente non è piacevole, si tinge di emozioni più o meno disagevoli, dal fastidio sino all’ansia. L’attesa è un’esperienza esistenziale, lambisce le trame irriducibili della nostra natura umana.

L’opposto dell’attività non è la passività, ma è proprio l’attesa. Attività e attesa sono contrapposte sulla stessa linea temporale. Minkowski ci ricorda che nell’attività ci dirigiamo verso il futuro, verso l’avvenire; mentre quando siamo in attesa il tempo ha una direzione opposta: è il futuro a venire verso di noi, attendiamo che l’avvenire divenga un presente. Nell’attesa siamo bloccati in un presente aspettando che si congiunga con una scadenza che non si è ancora compiuta.

Il malessere e l’ansia che l’attesa genera sovente è connesso con l’essere privi di attività, spogliati dalla possibilità di sentirci gli autori del nostro futuro. L’attesa può essere dunque penosa perché ci espone a una temporalità imprevedibile, siamo inerti e senza l’attrezzatura dell’azione, in un tempo in cui il futuro potrebbe arrivare senza esserne stati padroni.

Nell’attesa sperimentiamo l’appartenenza vulnerabile a un tempo che non ci appartiene. E tanto maggiore è il nostro bisogno di azione, di controllo del nostro tempo, tanto più potrà essere molesta l’esperienza dell’attesa, che costringe a sperimentare l’imprevedibilità inquietante e gracile del futuro.

Oppure potremmo imparare dall’attesa proprio la sua peculiarità, di insegnarci il possibile della debolezza, della gracilità, di un cuore che sa affidarsi a ciò che arriverà e non ne ha disagio, perché in questo essere inermi siamo anche spalancati. Potremmo così educarci all’attesa, ricordandoci di provare a sentire il futuro che ci manca e che stiamo attendendo come un’esperienza temporanea di abbandono e fiducia. Un’esperienza che tonifica anche le nostre capacità di tolleranza, perché è nel futuro che non controlliamo che si custodisce l’accoglienza di ciò che non siamo e non sappiamo.