Sembrerebbe che la morte abbia solo una versione cupa, minacciosa, tetra. Un’esperienza da cui tenersi lontani. Freud, ma non solo, ne ha visto la sua necessità generativa. Ne ha riconosciuto la presenza familiare e ricorrente nella nostra vita quotidiana.

Perché la morte è molto di più di un evento biologico ineluttabile, conclusivo. E’ l’esperienza che possiede consanguineità con la separazione, il distacco, il lutto, l’abbandono. Ed anche con l’aggressività, l’odio, l’ostilità. 

Se per la vita ci occorre conoscenza e cognizione, quando siamo nell’incertezza e nell’ignoto siamo contigui alla natura della morte. Se la vita è misure solari, regole, limiti, continuità, la morte ci affaccia sull’eccesso, sull’onnipotenza, sulla trasgressione, sulla discontinuità.

Il biblico abbandono del paradiso terrestre ha significato perdere la certezza di un eterno futuro immutabile e ricorrente, per diventare mortali. Come conseguenza all’aver mangiato la mela della conoscenza. Evolvere e mutare, sperimentare il futuro di novità è impregnato di morte, di ciò che è superiore alle nostre forze, a cui potremmo soccombere. Ed è anche costellato di separazioni, di abbandoni, di lutti. Poter conoscere e poter scegliere porta con sé inevitabilmente poter soffrire e perdere. Edgar Morin scrive: “Ma so sempre meglio che l’unica conoscenza che valga è quella che si alimenta di incertezza e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene alla temperatura della propria distruzione”.

Neppure il desiderio potrebbe esistere senza una vicinanza con la morte, con ciò che ci supera d’illimitato. Perché desiderare è rivolgersi alle stelle, aspirare a un contenuto che non ci appartiene, ma che ci potrebbe danneggiare e ferire se non si realizzasse. Per questo è facile avere sogni, pensieri che immaginano quanto sarebbe bello, ma che rimangono a una distanza di sicurezza. Più impegnativo avere desideri. Poiché il desiderio lega la propria felicità, la propria esistenza, alla sua effettiva realizzazione. Il desiderio richiede di accogliere la possibilità di un lutto, di un fallimento. Perché qualora non si realizzasse sarebbe una perdita dolorosa. Saper desiderare significa anche saper vivere nel pericolo e nell’incognita della morte, del dolore.

Possiamo così chiederci quale sia la nostra relazione con la morte, ancorché la domanda suoni inquietante.

Se ne subiamo solo l’inevitabile, delle separazioni, degli abbandoni, delle perdite. Se la esercitiamo per la sua affinità con l’onnipotenza, nutrendo odio verso qualcuno. Nulla è tanto vicino a Dio quanto sopprimere una vita. Oppure, se ne sappiamo raccogliere le sue virtù, affrontando con serenità e coraggio il rischio di smarrirci, di perdere la strada, di dolori luttuosi, come condizione per alimentare desideri ambiziosi, che ci potrebbero rendere migliori o più felici.