Una forma di questo presente è la scomparsa delle sfumature, di ciò che sta nel mezzo.

Scompare, nel senso che viene escluso, ciò che non è abbastanza riconoscibile. Si è ristretta la comprensione delle sfumature emotive che si vivono o che vivono gli altri, la percezione delle gradazioni che stanno nei sentimenti, nei discorsi e nelle scelte. In un ascolto che si è fatto incessantemente interrotto, impaziente e pre-occupato faticano a trovare spazio i colori diversi dal bianco o dal nero, dal vicino o dal lontano. Si è ridotta la terra di mezzo dell’esistenza, in questo presente di accumulo emozionale che satura l’attenzione. 
La direzione della sopravvivenza è il risparmio, la semplificazione, l’abbreviazione. Sapere subito dove sia il giusto o lo sbagliato, avere subito chiara l’etichetta da assegnare a ciò che si vive. Il vocabolario emotivo attinge alle categorie più facilmente percepibili. 

Occorrono energie, emotive e cognitive, per raccogliere le sfumature, i dettagli, i particolari, le minuzie e le rifiniture della vita. Energie che non sono accessibili, quando sono già tutte impegnate per stare in bilico sull’incerto, proteggendosi in un privato che aspira a chiarezza e semplicità.

Occorrono energie considerevoli per essere empatici, per portare dentro di noi i tanti e variegati mondi interiori degli altri, che sperano, dubitano, desiderano, patiscono, cercano, inseguono. Farci Altro, immedesimarci nelle innumerevoli persone che vivono l’umanità dolente, che quotidianamente vediamo nei telegiornali, che leggiamo sui giornali, che ci raggiungono via internet con immagini, video e blog, richiede sforzi ed energie impressionanti. Essere connessi in continuazione, accedere a tante informazioni, sapere e vedere, hanno prodotto una difesa emozionale: l’indifferenza. Per una sopravvivenza emozionale abbiamo imparato una callosità emotiva, che, risparmiandoci lo sforzo dell’empatia, ci evita un livello di pathos insopportabile.

Ma pur abbiamo bisogno di un ascolto policromo, per costruire futuro, per comprendere un possibile che occorre saper trovare fuori da noi. In particolare, una forma di ascolto, di pathos, appare indispensabile non perdere: la compassione.
Nella compassione vi è un “patire insieme”, che rende il dolore individuale un dolore condiviso. La compassione è l’esperienza di un legame attraverso una sofferenza che vive l’altro, che diventa nostra, come la biografia di una gracilità comune.

La compassione è ben differente dalla pietà, dalla misericordia o dalla commozione. Per quanto possa sembrare stonato, ciò che vi è di profondo e unico nella compassione, è il desiderio. Non vi è solo il riconoscere che una persona sta vivendo una sofferenza. Non è solo la pietà verso chi soffre, che lascia immutata la distanza tra l’altro e noi stessi, la distanza tra la nostra identità e ciò che comprendiamo di doloroso nell’altro. La compassione è patimento che diventa lo stesso, com-passione, che porta oltre i confini di chi si siamo.

Vicino a chi soffre l’io diventa insignificante, perde la forza della propria identità, perché diventa desiderio di essere lo stesso sentire fragile, precario e gracile che vive la persona sofferente che si sta ascoltando. Non vi è solo pietosa comprensione, ma desiderio di vicinanza che ci accomuna all’altra persona, nel sentire nello stesso modo la vita come finitudine e fragilità.
Per questo chi prova compassione non cerca di immaginarsi quale sia il dolore dell’altro, non cerca di farsene un’idea, non cerca parole per ricondurlo a un senso. Perché la sofferenza che si avvicina è un vissuto da non essere riducibile a parole. La sofferenza è sempre quella unica e indescrivibile di un Io. “L’unicità dell’Io è il fatto che nessuno può rispondere al posto mio.” Levinas.

Eppure la compassione trova un varco per farsi noi, per sentire un noi con un’altra persona, insieme alla irriducibile solitudine della sua sofferenza. E’ un noi prodotto dal desiderio di abbandonare se stessi, di sospendere il bisogno di avere se stessi in primo piano, per riconoscersi in un comune destino di precarietà e fragilità, sentendo l’infinito e l’indicibile di ciò che supera l’Io e lo rende poco. Sempre Levinas: “Sentire il mondo è sempre un modo di nutrirsene.”.

La compassione si posiziona in uno spazio difficile e oneroso, perché ci rende parte di un dolore, senza avere la possibilità di esserne responsabili. L’Altro è vicino, sentiamo la sua presenza a tal punto da perdere i confini di chi pensiamo di essere. Una vicinanza che però rimane distante, intoccabile nella sua sofferenza. Una distanza impegnativa, che richiede capacità di perdere se stessi. “Nella presenza del prossimo si sfiora un’assenza.” Levinas.