Conflitto e dissidio non solo lo stesso.

Il conflitto etimologicamente è un “urto”, uno “scontro”. E’ una relazione di antagonismo che mette in campo la persona stessa, non solo le sue idee o convinzioni. Nel conflitto si agita l’io, totalmente. Questa totalità del conflitto, collassata nel cuore, crea certezze che diventano rabbia. Il conflitto non si sofferma a dubitare sulle premesse da cui si è originato: pregiudizi, convinzioni, interpretazioni. L’urto della persona contro un’altra persona esclude la distanza critica e analitica. L’io che si scontra è totalmente identificato in ciò che crede e difende.

Sebbene nel conflitto ci si accusi di fatti che sarebbero accaduti, in realtà è proprio l’esclusione dei fatti ciò che rende il conflitto insanabile. Nel conflitto si prelevano i fatti dai loro presupposti, legittimando di certezze l’ostilità. I fatti svuotati dal dubbio alimentano l’urto.

Nel conflitto va in scena la fragilità dell’io. Tanto fragile da identificarsi totalmente nelle ragioni dello scontro che ha intrapreso, incapace di potersi pensare senza la perdita di quelle ragioni. Il conflitto ha un’anima gracile: l’io che si immedesima totalmente nelle proprie convinzioni, preferendo perdere tutto, persino la vita, pur di non separarsene.

Diverso è il dissidio, perché deriva da “fendere”, “stracciare”. Sovente è una spaccatura che avviene in una relazione tra persone che stanno condividendo un legame. Nel dissidio il dissenso è più impegnativo e meno grossolano del conflitto, perché lacera, non produce uno schieramento totale dell’io. L’io vive la conflittualità anche come lacerazione interna, tra il legame che ha con l’altro e la distanza sui contenuti oggetto del dissidio. Il dissidio non essendo una totale separazione dall’altro, ma, riconoscendo la relazione che accomuna, costringe a una fenditura anche con se stessi, nell’ambivalenza tra legame e separazione.

Tipico è il dissidio nelle relazioni amicali o amorose. Il dissidio non è abbandono, ma travaglio da affrontare, andando a interrogarsi sulle premesse, sulle condizioni che sono fuori e prima del dissidio, sulle forme soggettive di intendere la realtà, il bene, il giusto. Saper rimanere nel dissidio è molto più impegnativo del conflitto, perché è straziante, costringe a misurarsi sulla propria dualità, sulle proprie contraddizioni, sulla difficoltà ad estrarre una certezza a cui aggrapparsi.

Passare dal conflitto al dissidio significa abbandonare la presunzione dei fatti, lo scudo e la spada dell’oggettività, per interrogarsi sulle premesse, soggettive e personali, che stanno in profondità, sovente invisibili. Significa riconoscere il legame che unisce all’altro, con cui si è in antagonismo. Vivere il dissidio richiede la forza della precarietà delle certezze. Per questo nel conflitto si muore e nel dissidio si evolve, perché nel dissidio si impara che anche quando si perde si è conquistato qualcosa.