Qual è l’essenza del conflitto, che non sia attribuibile alla troppo facile modalità di esternare e comunicare le proprie idee? Gandhi ha vissuto un poderoso conflitto senza mai alzare la voce e neppure le mani.

La peculiarità distintiva del conflitto non sono i modi che si possono adottare, più o meno urbani, ma lo stato in cui ci si trova. Il conflitto è uno stato della mente. Si è nel conflitto e si diventa conflitto, prima delle modalità adottate per affrontarlo, poiché si è nelle condizioni di avere qualcosa o qualcuno da difendere. Chi è nel conflitto sta percependo una minaccia da cui vuole sottrarsi. L’essenza del conflitto è dunque la difesa, uno stato di protezione che si è indotti ad adottare. Aggredire è una delle principali modalità per difendersi. Perciò, dove vi è conflitto vi è un soggetto che vive uno stato di debolezza. Così Gandhi ha avviato un conflitto con la Gran Bretagna perché voleva sottrarsi dalla condizione di debolezza e privazione della libertà in cui si trovavano gli indiani.

Come conseguenza, nello stato di conflitto l’io è contro, è opposto e si oppone, non cerca negoziazione, non cerca accordo, perché presupporrebbe che si riconosca nell’altro un valore e del giusto. L’io nello stato di minaccia trasforma l’altro in nemico, rischio, distanza radicale, estraneità. Nel conflitto l’altro perde similitudine, per essere soprattutto pericolo.

Sicché, se la natura e l’origine del conflitto è l’urgenza che si vive di difendere qualcosa o qualcuno, possiamo allora interrogare il conflitto, che ci mette in difesa ed estranea l’altro a minaccia. Possiamo cioè chiederci: “Perché questa necessità di difenderci? Dove sta la debolezza che dobbiamo proteggere?”

Alla luce di questa prospettiva possiamo ben vedere che vi sono conflitti necessari, persino indispensabili. Perché nascono dal difendere qualcosa che merita di essere difeso. I diritti della libertà contro il sopruso di chi la offende, il diritto di un pensiero contro chi lo vorrebbe silente, o anche i diritti della vita contro chi li vorrebbe bombardati. Conflitti che nascono da una debolezza e hanno il coraggio di cercare spazio e vita.

Vi sono anche conflitti necessari che invece vengono evitati, elusi, ignorati, perché richiedono la forza di sottrarsi alla debolezza, per difendere valori, idee e vita. Mentre rimangono silenti, fuggitivi, alloggiati nella meno rischiosa debolezza.

Ma vi sono anche altri conflitti, i più numerosi. Se uno stato di conflitto si genera dall’esperienza di una debolezza che si vive, vi sono debolezze che non sono prodotte dalla visione di valori offesi, di giustizie calpestate. Vi è una debolezza psicologica che produce conflitti, che si occulta nelle trame delle emozioni e dell’inconscio. E’ la debolezza che si vive quando si sente il proprio io ferito o minacciato. E’ una debolezza che non riguarda i fatti, ma le ferite della vita che hanno generato nel cuore ciò che è vissuto come minaccia e pericolo.

Sono allora conflitti, che si oppongono e aggrediscono, perché difendono i fianchi deboli dell’io, quando un saluto non viene ricambiato, quando si riceve una critica, o si subisce un rifiuto. Conflitti trascinati dalle emozioni, che si impongono irresistibilmente a difesa di un sopruso che trafigge un io debole. Qui il cuore non ha la debolezza di valori che non sono ascoltati, ma quella di un’identità incerta, accesa e protetta dalle emozioni reattive. E’ una debolezza che crea nemici, poiché ha nel cuore un nemico più pericoloso, un bisogno sovrabbondante di difendersi, quando l’io è poco sicuro di sé.