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GianMaria Zapelli elsewhere

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Ci occorre chiederci se essere o non essere?

Ci occorre chiederci se essere o non essere?

“Molta infelicità deriva da legami che non si sanno abbandonare o separazioni che non si sanno evitare” T. Fischer.

Un nodo che aggroviglia i fili delle nostre scelte, e di ciò che viviamo, è riuscire a saper distinguere cosa tenere e cosa abbandonare. Poiché non vi è evoluzione senza abbandoni, ma pure non vi è evoluzione senza legami. Ma percorrendo entrambe le direzioni possiamo facilmente incorrere nel rischio di sbagliarci, conservando ciò che ci incatena o abbandonando ciò che ci potrebbe arricchire.

Una scelta non facile, anche se il nostro cuore ha una predilezione, sulle due alternative: quella di ripetere, trattenerci dove già siamo e sappiamo.  Meno propenso all’abbandono e alla separazione. Eccezione è una condizione paradossale: l’abitudine a cambiare, separarsi, lasciarsi alle spalle scelte, legami, attività. In questi casi è difficile abbandonare l’inclinazione a non mettere radici. E il rovesciamento psicologico sarebbe di distaccarsi dalla ripetitiva sindrome della fuga, per trattenersi più a lungo, fermarsi nello stesso e farlo durare nel tempo.

In fondo, “essere o non essere” rimane la sintesi shakespeariana perfetta con cui la nostra identità potrebbe fare i conti, quando volessimo interrogarci su ciò che stiamo realizzando del nostro possibile. E volessimo, audaci nel non temere cosa potremmo scoprire, cercare di capire quanto della nostra vita ci appartiene per scelta e quanto invece per conseguenza inerziale. Perché potremmo scoprire che possiamo essere, ovvero ribadire la strada presa, i modi a cui siamo abituati, le convinzioni a cui siamo legati. Oppure  non essere, e quindi sottrarci a ciò che siamo diventati, alle parole a cui siamo abituati, ai timori eccessivi. Abbiamo sempre a disposizione la morte come scelta, nella sua versione esistenziale e quotidiana dell’addio, del distacco, del commiato.

A volte la vita ci costringe a misurarci con questa sorte umana di poter considerare noi stessi un quesito da risolvere, un enigma da svelare. Quando ce ne organizza, drammaticamente e con sofferenza, un appuntamento ineludibile. Nella maggior parte del tempo vissuto non ci assilla il bisogno di scegliere, tra essere e non essere, tra trattenere o separarsi. E forse è meglio così, non tormentarsi amleticamente. 

Perché forse non ci occorre sprofondare in noi stessi. Non ci occorre incontrare l’inaccessibilità di una risposta rassicurante e tersa su quando è bene essere o quando invece è preferibile non essere. Meglio accogliere senza troppi dubbi il nostro pensiero come ci giunge, che facilmente ci assicura di sapere quando è il caso di separarsi e quando di continuare a trattenere.

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