Decidere è un atto di separazione. Come dice l’etimologia: da decius, mozzare, tagliare via.

L’occasione della decisione è sempre in presenza di un bivio, di alternative, tra cui dover scegliere quella da far propria e quella, o quelle, da abbandonare.

Fortunatamente nella maggior parte dei casi ci paiono evidenti le ragioni che ci fanno propendere per una scelta, rispetto alle altre possibilità. Decisioni facili, quasi inavvertite, leggendo il menù con le sue possibilità o scegliendo al supermercato i biscotti per la colazione. Così possiamo separarci dalle alternative senza troppa fatica, convinti di aver fatto la scelta giusta. 

Ma nel decidere, proprio per la sua natura abbandonica e luttuosa, si celano insidie. Distaccarci da qualcosa mette in modo l’officina dell’inconscio, allertata dalla possibilità che la separazione possa essere dolorosa. Così a volte prendiamo decisioni fraudolente. Siamo ingannati, credendole nostre, in realtà sono state cucinate da ragioni di cui siamo all’oscuro. Saperci spiegare con il senno di poi le ragioni delle nostre decisioni non significa che ne siamo stati consapevolmente autori.

Le decisioni più ingannatrici sono i dilemmi. Essere o non essere. Poiché il dilemma è quella peculiare decisione nella quale ciò che si sceglie ha valore quanto e non meno di ciò a cui si rinuncia. 

Ma non è facile accorgersi del dilemma, di quanto sia importante e necessario ciò da cui si ci separa, con la scelta che facciamo. Il nostro inconscio protettivo, con la sua astuzia omertosa, ci sottrae la consapevolezza della separazione, di ciò che perdiamo. Sottraendoci alla paralisi e alla frustrazione che produce il dilemma. Essere o non essere.

Così accade che i dilemmi si trasformano i semplici decisioni, dove ci paiono ben più forti le ragioni per la scelta fatta, sminuendo, deprezzando o svalutando ciò che si abbandona.

Ecco alcuni dilemmi.

E’ meglio scioperare insieme agli altri lavoratori, per ottenere condizioni salariali migliori, o presentarsi al lavoro e non danneggiare la propria personale condizione? E’ meglio, come pescatore, non praticare la pesca a strascico che difende l’ambiente e il futuro, o portare a casa a fine mese l’indispensabile salario che otteniamo pescando a strascico? Con in macchina il proprio figlio, è meglio fare la coda, per insegnare con l’esempio il valore delle regole, o saltare la coda e arrivare in tempo a fare la spesa per la cena serale? E’ preferibile, come capo, premiare sempre e solo chi lo merita sulla base dei fatti, sapendo che poi si avranno diversi malesseri da gestire, oppure distribuire a rotazione i premi, evitando di demotivare chi si impegna molto, pur se sprovvisto di capacità distintive? E così via.

Dilemmi, perché ciò che si perde è molto. Che rimangono celati, evitandoci il disagio della consapevolezza di ciò che si perde.  Ne otteniamo più serenità. Ma perdiamo anche la possibilità di essere autori di scelte che ci renderebbero persone migliori, anche se un po’ tormentate.