Non è marginale la distinzione tra differenza e indifferenza. Il pensiero, per funzionare, ha necessità di differenze. Per poter riconoscere ciò che si percepisce, per poterlo distinguere e contraddistinguere, valutare e apprezzare, occorre poterlo differenziare. Un processo, da cui si producono comprensioni e convinzioni, che non avviene solo distinguendo un oggetto da un altro, un pensiero da un altro, ma anche ignorando, omettendo, escludendo. Per impossessarci della realtà ne escludiamo delle porzioni, più o meno grandi. Così mentre qualcosa ci appare differenziato, definito, dell’altro rimane invisibilmente indifferenziato. 

E’ l’irresistibile necessità della mente di semplificare, per metterci a disposizione la possibilità di decidere, di agire, evitandoci paralisi o frustrazioni, immersi in un mondo troppo vasto da poter afferrare e contenere in un processo cognitivo. 

Ma la pur benefica automatica e spontanea semplicità dell’efficienza cognitiva ha effetti collaterali. Perché nel riconoscere e nell’ignorare la mente adotta un criterio selettivo: la compatibilità e la coerenza con il proprio mondo cognitivo ed esperienziale. Conseguenza: in ciò che rimane inconsapevolmente indifferenziato e ignorato non vi è solo l’inutile, potrebbe esserci anche del buono. Ancorché destabilizzante e impegnativo da avvicinare. Perché se è vero che lontano dagli occhi significa lontano dal cuore, ovvero lontano da patimenti. E pur vero che a volte è bene che gli occhi vedano di più, anche se la consapevolezza ha un costo nelle conseguenze.

Così sono domanda che potremmo porci: Perché vedo quel che vedo? Cosa vi è da vedere e riconoscere di cui non so accorgermi spontaneamente?

E’ la differenza tra avere un pensiero e avere una ragione. Possedere una ragione è l’esito di un’inclusione, opposta all’esclusione spontanea a cui è portata la nostra mente con i pensieri automatici. Impossessarsi di una ragione significa riconoscere ciò che risulta indifferente e recuperarlo dentro una com-prensione. Richiede la capacità di usare la mente contro se stessa. Richiede di praticare l’interrogativo, che oppone neurobiologicamente la corteccia prefrontale alle regioni interne più automatizzate del cervello, alle loro necessità di esclusione, di non contraddizione e di separazione. 

Sappiamo che il sonno della ragione genera mostri. Ma non è l’assopimento dei pensieri, è invece il torpore, se non il letargo, degli interrogativi che genera conseguenze disastrose. Quando la mente strangolata dalle esperienze che cercando conferme, dall’ingombrante e incessante reattività emotiva, dalla facilità delle abitudini cognitive, esilia la domanda e con essa l’ignoto che dovremmo conoscere, per sapere dove stiamo andando.