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GianMaria Zapelli elsewhere

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Due abissi tra cui cerchiamo equilibrio

Due abissi tra cui cerchiamo equilibrio

La relazione con gli altri, salvo eccezioni, è la nostra esperienza fondamentale. Certo, la natura, l’arte, la cultura, gli hobby, sono un contributo indispensabile ai sapori e alla soddisfazione che prende la vita. Ma gli altri, l’Altro, sono l’universo attorno cui gravita il nostro io.

Siamo predisposti neurologicamente, e quindi psicologicamente, a modulare la vicinanza e la lontananza dagli altri con intensità e complessità incomparabile, rispetto ad ogni altra esperienza. Tanto da essere costantemente in cammino tra due abissi identitari e relazionali.

Il rapporto tra il nostro io e gli altri si sviluppa teso tra due opposti, tra due vocazioni conflittuali e antagoniste. Siamo incessantemente nel mezzo di una divaricazione di noi stessi, che cerchiamo di saldare e conciliare, non senza fatica, modulando due derive esistenziali, che si oppongono in noi. Quella del bisogno di tutelare e difendere la nostra differenza, la nostra originalità, la nostra unicità, di essere soggetti distinti, irripetibili e singolari. E quella del nostro bisogno di essere insieme, legati con altri, di scambiare affetto e coesistenza, di crescere e sentirsi noi.

Sono due vocazioni abissali. Perché una sprofonda nell’isolamento, nella solitudine, nell’eremo. Poiché se ci concentrassimo totalmente sulla nostra differenza, su ciò che ci rende unici rispetto agli altri, se mai arretrassimo di un centimetro dalle nostre inclinazioni, dei nostri desideri, ne otterremmo distacco e separazione. Quando si esaspera l’io si produce un allontanamento degli altri. 

L’altra vocazione abissale ci sprofonda invece nell’invisibilità, nella scomparsa dell’io. Perché quando dominasse solo il bisogno essere insieme, se prevalesse solo il bisogno di sentici legati, accettati, amati, si diventerebbe irrilevanti, invisibili. Perché sarebbero sempre sì e mai un no, sarebbero modi troppo uguali e mai una difformità, mai un distinguo, pur di ottenere accettazione e accoglienza. 

Dunque abbiamo bisogno di assicurare al nostro io una differenza dagli altri e allo stesso tempo un legame con gli altri. Così cerchiamo il nostro equilibrio. Un equilibrio mai stabile, perché viene calibrato da ciò che si vive, dai vuoti che abbiamo bisogno di colmare, dalle paure che ci trattengono, dalle gratificazioni che ci mancano. Un equilibrio che viene da lontano, dalle ferite in cui l’io si è sentito trascurato, o da quelle in cui si è sentito solo.

Oscilliamo. A volte eccedendo di io, trovandoci più soli di quanto vorremmo e altre eccedendo di disponibilità e vicinanza, trovandoci carenti di quel che ci rende unici.

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