E’ piuttosto comune considerare la superficie contrapposta alla profondità, dando alla superficie il disvalore dell’apparenza contrapposta al positivo della sostanza. Dunque in profondità l’autenticità, sulla superficie la superficialità. E se invece fosse l’opposto, che la superficialità si trova nella profondità che crediamo di aver trovato? Mentre è sulla superficie dove cercare e continuare a cercare profondità?

E’ così facile credere di essere arrivati in profondità, sovente perché è più facile che saper rimanere sulla superficie. 

Si arriva speditamente a convincersi di aver capito, di essere andati a segno con la nostra comprensione, sbarazzandoci così dello sforzo di rimanere sulla superficie. Osserviamo un’espressione sul visto di una persona, ascoltiamo una frase, vediamo un modo di agire, oppure un modo di vestirsi e già siamo andati a fondo, convinti di aver compreso chi abbiamo davanti, cosa stia pensando e cosa desideri.

Sbarazzarsi della superficie a favore di una verità che vi starebbe dietro è andare a fondo alla lettera,, ovvero affogare nell’approssimazione, liquidando la dimensione dove la vita accade: la superficie.

La figura di Sherlock Holmes ci propone, nella sua essenza, l’abilità di chi è esperto di superficie.

Un uomo si presenta alla porta dove abita il famoso investigatore londinese, in compagnia del dottor Watson. Tempo pochi secondi da quando i due lo accolgono e, prima ancora che inizi a presentarsi, Sherlock Holmes lo anticipa affermando di essersi accorto che è appena reduce da un viaggio in Centro America. Ma come? si sorprende il dottor Watson. Ed ecco il commento risaputo del vanesio Holmes: “Elementare Watson, elementare.”.

Ciò che distingue Sherlock Holmes dal suo assistente e amico non è una maggiore capacità deduttiva, di connettere logicamente le informazioni e trarne conclusioni. All’opposto, tale capacità è considerata da Holmes “elementare”, perché ordinaria è l’abilità necessaria per le connessioni logico-deduttive. Ciò che invece non è elementare, ma risulta impegnativo e difficile, di cui l’investigatore è ben consapevole, è l’abilità di osservare e di cogliere sulla superficie della realtà gli indizi che ce ne rivelano la sua essenza. Ciò che non è elementare è saper vedere che lo sconosciuto alla porta ha in mano un sigaro con una fascetta cubana, vedere spuntare dalla sua tasca un biglietto d’aereo, vedere ai suoi piedi un paio di scarpe di foggia straniera. E’ questa capacità di rimanere sulla superficie che consente di coglierne il tesoro, e solo successivamente poter applicare in modo elementare la deduzione. Sherlock Holmes non si precipita alle conclusioni, si intrattiene con la superficie che vede, che ascolta, che percepisce.

La nostra mente non ama sostare sulla superficie, automaticamente è predisposta per arrivare velocemente a conclusioni, per la sua insaziabile necessità di certezze e sicurezza. Questa fuga dalla superficie è opportunisticamente accreditata dalla convinzione che la verità vi stia sotto, fornendoci così la rassicurazione che le conclusioni a cui arriviamo sono attendibili. Invece la superficie merita di essere riabilitata e riscattata. Nobilitare ciò che abbiamo davanti agli occhi non come gregario e ausiliario della profondità, ma come ciò che di più profondo ci può mettere a disposizione la vita. Perché ciò che possiamo percepire, ascoltare, toccare, prima che possa trasformarsi in una verità più profonda, è l’esperienza più intima che possiamo avere con la vita e il mondo.Grazie alla capacità della curiosità e del desiderio di sostare nei contenuti che ci restituiscono i nostri sensi, senza portali frettolosamente a deduzione. Non vi è conoscenza senza l’accurata percezione della superficie, dove il mondo ci appare e si rivela, prima di diventare un pensiero, o peggio, una verità.