Le emozioni complici

Le emozioni complici

Anche se pur lo si vorrebbe, anche se pur se ne vede la direzione sbandata, è tanto faticoso frenare, fermarsi e scendere dal treno delle proprie emozioni.
Non vi è solo un irresistibile dominio neurobiologico delle emozioni sul nostro sentire, concorre a esaltarne la supremazia anche il presente che viviamo, nel quale è quasi scomparsa la condizione per intrattenere con le proprie emozioni una relazione di consapevolezza e di governo. E’ diventata fatica psicologica il tempo necessario per una riflessione che prenda le distanze dalle proprie emozioni, per sottoporle a un riesame che aiuti a riconoscerne benefici e, quando è il caso anche, danni.

Sovente la differenza che distingue le persone non è differenza nelle intenzioni, nel desiderio di essere al meglio di sé. Quasi ogni persona aspira alla propria dignità, a poter essere una buona persona. Quasi ogni persona è convinta di possedere valori in cui  racconta crede.

Quel che distingue tra loro gli essere umani non è l’intenzione, quasi sempre nell’animo sincera, ma la fatica che ciascuno dedica a contrastare l’automatismo inconsapevole delle proprie emozioni. Siamo differenti perché in modi diversi affrontiamo lo sforzo oneroso, composto in gran parte di forza di volontà, nel cercare di sottrarci al dominio delle emozioni quando sono dannose e nell’indirizzare quel che si pensa, quel che si decide, quel che si prova.
La velocità che colma il presente, prima ancora delle scadenze e dell’affollarsi dei compiti da portare a termine, è la velocità con cui il presente si sbarazza di sé stesso, sbarazzandosi della domanda che tratterrebbe il presente nell’inquietudine, cambiando il futuro: “Quanto di quel che ho appena vissuto ne sono stato pienamente consapevole e ne ho voluto tutti gli effetti?”Quando sono le emozioni con il loro automatismo psichico a scandire pensieri, reazioni, scelte se ne ottiene un rassicurante lasciapassare, non vi è nessuna frontiera di dubbi, di critica di sé, di smarrimento da dover attraversare.

È facilissimo smarrirsi nelle proprie emozioni, nelle proprie paure, nei sentimenti di ostilità, di antipatia. Vi è una propensione della mente, profondamente incarnata nella vita di ognuno, che produce una delega di sé alle proprie emozioni, un mandato che le emozioni si prendono anche quando ostruiscono l’analisi dei fatti, anche quando richiudono nella paura, nella diffidenza, nel rancore o nel risentimento.

Parrebbe da chiedersi se la rimozione del pensiero introspettivo e del dubbio, che sarebbero il modo di sottrarsi alla protervia delle proprie emozioni, sia il prodotto di una scelta volontaria: “Non mi occorre soffermarmi ulteriormente su me stesso. So già di me tutto quello che mi occorre”, oppure “Il tempo che  mi occorrerebbe per riflettere su me stessa dovrei sottrarlo a qualcosa di più prioritario”.

Invece che l’esito di una decisione consapevole e volontaria l’assenza di un tempo personale di conversazione con sé potrebbe essere l’inizio di una vulnerabilità. E’ possibile che vi sia un’inconscia complicità con il tempo che non si trova per sé. L’egemonia consentita all’emozione, e alla sua modalità reattiva e non riflessiva, consentono un vitale beneficio: si rimane lontani dalla destabilizzazione che potrebbe produrre il riesame di sé e la scoperta che ciò che vive a volte porta con sé una propria personale prigione.

Si tratta di un paradosso che ha effetti rassicuranti: tanto più mi affido alle mie emozioni, alla loro rutilante, incessante, incalzante, energetica manifestazione tanto più ne ottengo il vissuto di una vita vissuta intensamente. “Mi emoziono dunque sono”. La rimozione del dubbio, dell’inquietudine dell’incertezza e dell’ignoto, avviene in presente senza dubbi, reattivo e istantaneo popolato di emozioni.

E’ dunque possibile che nella rimozione del pensiero dedicato ad approfondire la consapevolezza di sé si celi una strategia autodifensiva della propria vulnerabilità, che verrebbe messa alla prova se frenando le emozioni ci si fermasse nell’interrogativo su di sé, che potrebbe rivelare la vita a cui si è rinunciato, nel cercare di essere genitori, amici, capi o collaboratori migliori. O potrebbe rivelare possibilità di essere persone migliori a cui non ci si è dedicati.

Ben venga dunque un mondo che satura di emozioni, che incalza di emergenze e di scadenze, senza dare tregua di pensiero e silenzio. Ben venga allora la densità emozionale incessante che protegge dalla riflessione. L’assembramento emotivo, pur con il suo carico di fatica, fa trovare pensieri e certezze sostenibili e la convinzione di aver fatto del proprio meglio. Senza essere destabilizzati dal chiedersi quanto sia coerente la propria vita con i propri valori, cosa effettivamente si sta cercando di cambiare di se stessi per ascoltare ancor meglio le persone che si amano.

 

 

 

 

 

 

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