La solitudine è innaturale. La nostra mente è biologicamente predisposta ad avere necessità di legami, appartenenze, condivisione. Da bambini si apprende prima l’altro che se stessi, la propria separatezza. 

Eppure la solitudine è inevitabile. Perché siamo destinati a un pensiero, a una riflessione, e non siamo solo istinto. Così, anche se siamo per natura bisognosi di socialità, anche se siamo incessantemente connessi, interminabilmente insieme ad altri, la solitudine ha un’invalicabile incombenza. Perché è la consapevolezza di sapere che l’io è confine, che non può mai essere totalmente sciolto nel noi. Io e tu non fanno mai somma che annulla la singolarità, l’esperienza di essere separati. Siamo anche soli, per sempre.

E’ vero che non tutte le solitudini sono uguali. Vi sono quelle dolorose e faticose, che non si vorrebbero, imposte dalla vita, a cui ci sentiamo sottomessi. Solitudini come territori in cui si è smarriti, da attraversare con l’acqua degli occhi.

Vi sono anche le solitudini occultate, quelle a cui ci sottraiamo, a volte senza accorgerci. Solitudini che saturiamo e colmiamo: con bulimia di parole e impegni, oppure con rancori, risentimenti o persino con allegrie, appunto, spensierate.

Ma siamo, inevitabilmente e nostro malgrado, in compagnia di un proscenio di solitudine. Sicché, il nostro rapporto con la solitudine può ridursi ad affrontarla solo quando è ineludibile, quando ci assale con il suo dolore. Per il resto starcene lontani e ignorarla. 

Oppure possiamo considerare la nostra solitudine una condizione preziosa e umanamente privilegiata. Perché attraverso l’esperienza della solitudine possiamo vivere uno stato di distanza, di separazione nel quale incontrare ciò che solo noi e nessun altro può sentire e capire di noi stessi. La solitudine può essere solo sofferenza, oppure può liberare il suo potenziale, la sua generatività, grazie all’applicazione di riflessione e pensiero, grazie all’ascolto di cui è nutrita. 

Già quotidianamente troviamo e ritroviamo una solitudine ordinaria, abituale: nelle parole che abbiamo e non diciamo, nelle emozioni che ci percorrono e non fanno strada fuori di noi, in ciò che abbiamo vicino e non capiamo e ci sfugge, nei desideri che non trovano compagnia. Già abbiamo questa solitudine, come un sottofondo ambientale della nostra vita, Ma possiamo farne di più, non sbarazzarcene, come un esistere faticosamente inevitabile. Possiamo invece incontrarla e varcarla, la nostra solitudine. Ricercarla. Non solo clausura e isolamento che ci addolora, ma stoffa esistenziale. Da trasformare in ascolto, comprensione e significato. La solitudine è opportunità, di essere per noi stessi materia di scoperta. 

Non vi è un sé pienamente consapevole senza l’ascolto della nostra solitudine. L’essere soli diventa apertura che ci rivela che non siamo mai pieni, non siamo mai arrivati a una conclusione. E’ nella solitudine che troviamo nuovi linguaggi, nuovi pensieri, nuovi sguardi. La solitudine, se ne siamo capaci, ci consente di congiungerci a noi stessi, a ciò che siamo di più e che non abbiano ancora compreso. 

Non solo, è anche la condizione per costruire un noi colmo di valore, perché i nostri legami con gli altri hanno fondamenta di futuro nella nostra capacità di solitudine dove impariamo ciò che possiamo di meglio, nell’essere insieme.

La solitudine ci insegna così l’intimità, come beneficio e farmaco di un incontro che ci doniamo, di un tempo che ricaviamo, per essere lontani e distanti dal mondo, rendendolo così possibile per noi e più vasto. 

Vi è dunque una differenza, tra il sentirsi soli e l’essere soli. Quando ci si sente soli è ferita, distanza che percuote il nostro bisogno di essere noi, di essere con. Sentirsi soli è sovente l’esito di non saper essere soli. Perché essere soli è accoglienza pacificata, è consapevolezza che si colma di amore per se stessi, è pienezza della propria parzialità. Quando si sa essere soli si sa anche che mai e proprio mai siamo totalmente soli.