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GianMaria Zapelli elsewhere

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Le etichette che ci imprigionano

Le etichette che ci imprigionano

Ci precede un’etichetta e sovente ci insegue. Come un dovere a cui adempiere, per non deludere, per non causare smarrimenti negli altri, per rimanere gli stessi, che è più facile per tutti.

La mente semplifica, è inevitabile. Non ama armeggiare con idee troppo complesse e articolate, preferisce capire al volo, per sapere velocemente cosa fare. E questione di sopravvivenza capire subito, o quanto meno, convincersi di averlo fatto.

A maggior ragione con gli altri, che sono il mondo di cui più abbiamo bisogno di averne un’idea, velocemente e in modo facile da gestire. Ecco dunque le etichette. Quel compendio in poche parole, sovente aggettivi, che incasellano, che inquadrano e come per una cornice consentono di collocare ogni persona sulla parete giusta, di ciò che può essere detto o no, della fiducia che può essere data oppure no, di ciò che piace avvicinare o ciò che è meglio rimanga distante.

E poi se vi sono le divise, ancor meglio, tutto più facile. Quella del poliziotto, del commesso, del medico. A questa produzione semplificata di identità contribuiscono anche i ruoli: del capo, del bancario, del millennial (che non è proprio un ruolo) o dell’ingegnere, anche questo non è un ruolo, ma di certo una comoda etichetta.

Siamo considerati timidi, affidabili, polemici, indecisi. Siamo inventariati come vincenti, perdenti, pignoli o trasparenti. Ciascuno è corredato delle sue parole, che lo ricorrono o lo definiscono. Perché siamo sempre relazione, e non solo inrelazione. Siamo sempre per qualcuno un’idea che si è fatto di noi, che orienta il suo modo di mettersi in rapporto con noi: quel che ci dice, la complicità che cerca, la sua ammirazione o l’indifferenza, i compiti che ritiene possiamo affrontare e quelli che meglio dare ad altri.

E quel che potrebbe accadere è una prigione. Perché le etichette ci precedono, si impongono sul modo di agire degli altri con noi e pre-giudicarci, come una mappa e una prescrizione che suggerisce agli altri cosa aspettarsi da noi. Così accade facilmente che quel che viene visto della nostra identità sia filtrato e guidato dalle etichette di cui siamo equipaggiati, come pareti che sbarrano la possibilità di vedere dell’altro, le altre sfumature delle nostre possibilità di esistere. E può persino accedere che si instauri una nostra complicità con le etichette che ci sono attribuite. Rimaniamo nella loro impronta, dominati da un sottile timore: che se agissimo in modo difforme potremmo danneggiare, persino perdere i legami che abbiamo, sorprendendo, addirittura deludendo, chi si attende da noi di essere esattamente come si sono convinti chi siamo.

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