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GianMaria Zapelli elsewhere

Un contributo psicologico
per una vita consapevole,
gentile ed etica.

La felicità non è una sorpresa

La felicità non è una sorpresa

Avventurarsi nel tema della felicità è sdrucciolevole, si rischia di cadere sui Baci Perugina. Ma poche esperienze sono così squisitamente umane, e poco biologicamente predeterminate, come la felicità. Un’esperienza alimentata da desideri, che la rende però per questo meno cristallina di quanto potrebbe apparire.

Azzardo delle ipotesi sulla natura della felicità.

La felicità arriva prima di accadere. Il vissuto di felicità che possiamo provare, i momenti o le durate che chiamiamo felicità, sono nati e si sono preparati dentro di noi prima di quando ci accadono, a volte molto prima. Perché la felicità non è un caso, come fosse un avvenimento a nostra insaputa, che ci coglie impreparati. Ci si è preparati alla felicità, alla propria felicità. 

Forse è utile un passo indietro: cos’è la felicità? Domanda che può essere presuntuosa e anche stucchevole, considerato il fiume detto e scritto in merito. Quindi con cautela una proposta: la felicità è singolare, personale, come per il dolore, è un’esperienza irriducibile a una versione plurale. Può essere simile tra più persone, ma è similitudine tra sentimenti che rimangono coralità di sorrisi e gioia, mai la stessa identica gioia e lo stesso modo del sorridere. Per questo: la felicità è tutto ciò che ciascuno chiama felicità.

Chi la vive di istanti, di episodi. Chi invece la porta con sé continuativamente. E naturalmente chi la crede impossibile. Chi la trova in un matrimonio che dura da anni e chi nella giornata trascorsa in cima a una montagna.

Per la sua costituzione, ancorata nell’unicità della storia personale di ciascuno, la felicità è preceduta, è anticipata, è predisposta da come ciascuno ha coltivato, per lo più inconsciamente, la propria felicità possibile. La felicità ci precede, o meglio, noi precediamo la felicità, con i modi che abbiamo maturato di sentire, di patire, di cercare, di desiderare, di amare, di imparare, di affidarci o di diffidare.

Anche se ci può sorprendere, la felicità non è una sorpresa, un accadimento eccezionale da cui si è colpiti, non avendo altro da augurarsi che potersi imbattere in essa. Mentre occorre la capacità di saperci sorprendere per incontrare la sorpresa della felicità.

Sicché la felicità non è mai un caso, quasi ne fossimo gli inerti e inoperosi beneficiari. Invece ci tocca e colma i nostri desideri secondo le porte e le finestre che abbiamo costruito nel tempo, per farla poi entrare nel nostro quotidiano. Librandosi nella gioia episodica di un attimo o trovandola ogni volta che abbracciamo chi amiamo, non sono episodi del presente, casuali, ma il modo con cui abbiamo imparato la felicità e che ne siamo chiesti cosa debba significare per noi.

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