Ciò che la nostra mente crede di conoscere e controllare non riguarda i fatti effettivi, ma come ha elaborato le esperienze vissute. Possiamo avere convinzioni e certezze basate su pochissimi fatti e insicurezze pur avendo accumulato esperienze che le dovrebbero limitare.

Psicologicamente la fiducia riguarda la nostra capacità di affidarci a una quota di ignoto percepito nelle valutazioni, nelle scelte e nei modi di agire. Si può infatti identificare il perimetro del ricorso alla fiducia con la quantità di cecità e non controlloche accettiamo nelle conoscenze che utilizziamo, nelle decisioni che prendiamo e nelle azioni che adottiamo. 

Infatti, non si agisce mai in totale assenza di fiducia, come pure è insostenibile una vita di cui si abbia il pieno controllo di tutto ciò che si fa e si sceglie. La fiducia riguarda dunque la dose di ignoto che si è disponibili ad accettare, a integrazione di ciò che invece si conosce e si controlla. Il tema della fiducia è l’equilibrio che ciascuno costruisce tra ciò di cui ha bisogno di sapere e controllare e ciò a cui si affida, senza controllo e conoscenza. Vi sono capi a cui è sufficiente una conoscenza di pochi giorni del nuovo collaboratore, per poi assegnargli compiti che richiedono capacità di cui il capo non ha avuto ancora evidenza. Mentre vi sono altri che sostengono, paradossalmente, che prima devono conoscere a fondo una persona per potersene poi fidare.

Ciò che scoraggia e arretra dalla fiducia è il rischio che comporta. Perché quando ci si affida a qualcosa, di cui non si ha conoscenza e controllo, si corre un rischio che la nostra mente vorrebbe imperativamente evitarci: vivere il disagio, se non la sofferenza, di un danno.  L’ignoto per la nostra mente più spontanea e profonda è facilmente vissuto come una minaccia, un pericolo.

La natura psicologica della fiducia

Psicologicamente la fiducia è ciò che ci rimane tolte le ferite che abbiamo vissuto. La nostra mente inconsapevole e automatizzata è predisposta ad assicurarci la nostra sopravvivenza. Questo significa che tra le sue strategie vi è anche quella di ricordarsi molto bene dei dolori che viviamo, delle ferite che patiamo. Al punto da fissare nelle sue strutture neuronali la memoria di ogni importante episodio di dolore e di utilizzarlo da quel momento in poi nel futuro, indirizzandoci in modo da evitare che ci possa riaccadere. In questo suo esercizio di tutela la mente usa le emozioni, che vengono attivate per tenerci alla larga da situazioni, scelte e modi di agire anche solamente simili a ciò che abbiamo già patito. Timore, cautela, sospetto, diffidenza sono dunque l’eredità psicologica automatizzata di ferite vissute, che la mente ha trasformato in emozioni protettive.

Dunque la nostra fiducia, la nostra capacità di accettare il rischio che essa comporta, è ciò che abbiamo imparato dalle esperienze vissute, più da quelle dolorose che da quelle positive. Un esempio. Quando superiamo un’auto sulla corsia di sorpasso ci occorre fiducia, verso l’autista che stiamo affiancando di cui non abbiamo alcuna conoscenza e controllo. Averlo fatto diverse volte ci consente di avere fiducia che la persona che stiamo superando si comporti come le altre. Me se accade che improssivamente un’auto ci tagli la strada e noi schiantiamo contro di essa con seri danni, quando ritorneremo di nuovo alla guida molto probabilmente ci troveremo nel cuore un po’ più di cautela, se non timore, nel superare un’auto. Per la nostra mente è stato molto più importante quell’unico episodio doloroso, nel quale la fiducia è stata penalizzata, delle centinaia di volte nelle quali la nostra fiducia è stata ripagata positivamente.