Vivere richiede dosi enormi e invisibili di fiducia.
La fiducia che l’autista che stiamo per superare ci abbia visto e non sterzi. La fiducia che il taxista stia facendo la strada più veloce ed economica e quella necessaria nel credere che la cucina del ristorante in cui siamo seduti sia in condizioni igieniche salubri.
Ecco allora una possibile definizione: la fiducia è ciò in cui credo sottratto ciò che già conosco.
Nella fiducia vi è una conoscenza senza prove, senza fatti. Il tema non è mai avere o non avere fiducia, ma quanto è elevato il bisogno di conoscere per lasciare al minimo o abbondare di fiducia.
Nella qualità e quantità di fiducia di cui siamo dotati portiamo in eredità più il dolore delle esperienze di fiducia deluse, che l’inavvertita normalità della tanta fiducia che concediamo senza accorgercene. Una fiducia che si rivela errata si deposita in caute eredità neurobiologiche, perché è la sofferenza di trovarci al cospetto di un controllo che non si possiede, della vulnerabilità del nostro modo di comprendere il mondo. Niente di più psicologicamente doloroso. Bastano pochi fallimenti della fiducia per ingombrarci di bisogno di controllo, anche se è attraverso la fiducia che il mondo ci rivela il meglio di sé.