E’ facile ammetterlo: la gentilezza è bella, fa bene. Magari ad averne. E forse immediatamente vengono alla mente gli altri, chi ne è privo, la fatica di collaborare, o semplicemente di condividere un ascensore, con persone scortesi. Ma la gentilezza non è solo la cortesia di una comunicazione, il garbo dei modi, che già di per sé sarebbero tanto. 

Molto probabilmente molte delle persone a cui non attribuiremmo l’essere gentili, in cuor loro dissentirebbero, credendosi invece di natura cortesi e gentili. Se non fosse, probabilmente aggiungerebbero, che il mondo è popolato da persone aggressive, maleducate, scorrette che non meritano gentilezza e cortesia. 

Ma è proprio nella relazione con questo “se non fosse che” che la gentilezza trova la sua tangibile, urgente e necessaria ragione d’essere. Perché la gentilezza non dovrebbe essere un bene di scambio, barattata sulla base di quanta se ne riceve. 

Come sappiamo la distanza tra ciò che crediamo sia giusto e i nostri modi di agire non è sempre poca, in mezzo l’inconscio e la poca autoanalisi che li tengono separati in casa. Così potremmo chiederci non solo se riteniamo positiva la gentilezza, ma quanto la crediamo necessaria, tanto da non trovare scuse quando ce ne manca.

Per aiutare una scelta decisa, irremovibile e intransigente ad essere gentili provo tre argomentazioni.

La gentilezza ci rende gentili. Non ha nulla a che fare con la filantropia, con un autocompiaciuto sentimento di magnanimità verso gli altri. Nella gentilezza vi è il nostro modo di prenderci cura di noi stessi. In particolare, delle nostre capacità di speranza e di gioia. Un animo gentile accudisce il proprio bisogno di non naufragare nella sfiducia, nella rassegnazione, nello scettiscismo. Conservare un sorriso, calore e umiltà nella relazione con gli altri è proteggere la propria mente dalla lamentela, dallo scoraggiamento. Perché neurobiologicamente le emozioni che ci mette a disposizione la nostra amigdala – serene o contratte, fiduciose o irate – sono modulate e condizionate dai gesti e dai pensieri che abbiamo, avvalendoci della nostra corteccia prefrontale. Esattamente l’area cerebrale che utilizziamo per conservare la gentilezza nelle occasioni nelle quali non abbiamo nulla con cui barattarla.

La gentilezza nobilita il mondo. Impegnarsi in modi calmi e accoglienti, conservare serenità quando nulla ci viene in cambio, anche quando incontriamo la durezza e lo sgarbo, ha un effetto sugli altri. Specificamente, attiva i loro neuroni specchio, costretti a decodificare e riconoscere, e perciò incorporare, comportamenti ben differenti dai propri. Certo non funziona sempre, ma sovente sì. E’ l’evidenza del celebre verso di Dante: “Amor c’ha nulla amato amar perdona” (L’amore, a nessuno che è amato, consente di non amare).

La gentilezza ci rende più vasti. I sentimenti di chiusura, difesa, ostilità, risentimento non solo sono spiacevoli, sono anche ottusi. Ovvero sono otturati e ciechi, limitano e bloccano le nostre capacità di vedere e comprendere le sfumature e i colori della vita. All’opposto conservare uno stato di gentilezza nei modi di sentire, non solo nei gesti, è un mindset. E’ un modo di avvalerci della nostra mente, delle nostre sensibilità, per riuscire a cogliere, intercettare, assaporare e capire quel che viviamo. La gentilezza ci rende capaci di pensieri e stati d’animo più vasti, più comprensivi e quindi anche più lucidi ed efficaci. In breve, ci occorre la gentilezza per non andare fuori strada, come può accadere quando a guidare sono il malessere, il risentimento o l’indifferenza.