Per quanto sia affermata una concezione scientifica e logica della realtà, forse ciascuno, inconsapevolmente, conserva dosi di pensiero magico.
Ciò che caratterizza un pensiero magico è la convinzione che i legami di causa ed effetto si basino su una realtà senza confini, dove tutto può collegare la vita umana alla natura, per similitudine o per simpatia tra i fenomeni. Come credere che indossare un dente di tigre trasferisca su di sé capacità simili a quelle del felino.
La potenza psicologica e rassicurante del pensiero magico è l’assenza del caos, del caso, dell’inspiegabile. Poiché tutto è collegato, senza gerarchie di materia e natura, senza differenza tra la realtà fisica e quella mentale, vi è sempre la possibilità di una spiegazione per ogni accadimento. Anzi, nel pensiero magico le cause si moltiplicano, poiché quando tutto è ugualmente rilevante molte possono essere le ragioni di una malattia o di una morte.
Il pensiero scientifico, che cerca evidenze empiriche, con dati e fatti, distinguendoli dall’esperienza psicologica, decreta la fine del pensiero magico. Ma il rigore della ricerca scientifica ha prodotto anche l’isolamento dell’essere umano, la segregazione dei confini delle sue connessioni con il mondo. La realtà ha distinzioni e leggi che operano indipendentemente, sicché la vita si impone lasciando l’essere umano impotente.
Ma il pensiero magico resiste, come in questa affermazione, detta con un certo compiacimento sotto un ombrellone su una spiaggia: “Quando arrivo io porto sempre il sole”.
Nella narrazione di sé, in cerca di originalità e unicità, a volte si identificano connessioni magiche. Credendosi capaci di un potere su eventi che la logica scientifica esclude dalla propria influenza: “Trovo sempre un posto libero”. La realtà cessa di essere indipendente, distaccata, caotica. Ci si attribuisce la facoltà di propagarsi oltre i propri limiti umani. L’io si espande sino a possedere capacità di indirizzare l’ingovernabile.
Anche con il dolore a volte si ricorre al pensiero magico: “Capitano tutte a me, sono sempre sfortunato”. Se si vive una ferita che almeno abbia una ragione più forte del singolo accadimento. Che questa ragione sia la mia natura, di indirizzare la realtà catalizzandola su di me con le sue sventure. Meglio pensarsi con un potere di negatività, che soffermarsi sul singolo evento e scoprire che non riguarda la propria inclinazione magica, ma ciò che non si è saputo capire o fare. Meglio pensare di essere sfortunati, con un destino magico di sventura, che scoprire che in realtà si è avuta una modalità tutta umana di essere stati incapaci, deboli o timorosi.
Pure nelle relazioni con gli altri si ricorre a volte al pensiero magico. “Sono riuscito a far perdere la pazienza anche a te”. Anche in questa convinzione si cela un pensiero di potenza magica, soprannaturale. Non vi è l’irriducibile autonomia delle persone, non vi è il fatto che nessuno può provocare nulla negli altri, senza che vi sia in loro una libera partecipazione. Vi è invece la convinzione di poter dominare la libertà con i propri modi d’agire. La pazienza perduta diventa prova della proprietà magica e unica della propria identità.
Il pensiero magico ci offre la rassicurazione, a volte la gratificazione, di sentirci capaci di padroneggiare il mondo esterno con la sua indipendente e imprevedibile autonomia. Nel pensiero magico si trovano contenuti e narrazioni sulla nostra identità, fissando con prevedibilità e potere il mondo nel cuore, invece di lasciarlo in balia ansiogena dell’imponderabile.
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