Capita a volte di avere il vissuto di girare a vuoto. Si passa da un compito a un altro, seguendo il flusso di ciò che si deve fare e inatteso si presenta un fastidioso retrogusto di disorientamento. Come uno scollegamento tra ciò che si sta facendo e il sentimento di essere padroni di se stessi. Non si è finiti fuori strada, si sta facendo quello che si conosce, ciò che si è sempre fatto e che deve essere fatto, eppure si prova la sensazione di essere deragliati.

Che questo contrattempo della coscienza abbia una sua benefica necessità? E se fosse l’esito della dedizione della nostra mente a vigilare sulla nostra integrità, preoccupandosi di quanto ciò che viviamo possa portarci fuori strada?

Una condizione necessaria al vissuto della nostra integrità psicologica è di poterci sentire autori di ciò che viviamo, padroni della nostra esistenza. Per ottenere e preservare questo sentimento abbiamo bisogno di sicurezza e certezze, abbiamo bisogno di sentirci sereni delle nostre azioni, di padroneggiare facilmente ciò che abbiamo da fare. Questa condizione ci è messa a disposizione dalla propensione della nostra mente a produrre spontaneità e routinizzazione nei nostri modi di agire. Più agiamo spontaneamente minore è lo spazio del dubbio e dell’incertezza, maggiore è dunque il rassicurante sentimento di sentirci integri, solidi e saldi.

Ma vi sono questi momenti nei quali la mente ci comunica un vuoto, uno smarrimento. E sovente coincidono con una situazione nella quale abbiamo cessato di interrogarci su quel che stiamo facendo, nella quale il gesto, la parola e l’azione si sono del tutto automatizzati. Procedono per la loro strada, senza più alcuna regia della nostra mente che riflette su di essi. Così, per proteggerci dal rischio di perdere integrità nell’eccesso di un’esistenza meccanizzata e routinizzata la mente ci soccorre, evocando e trasmettendoci l’esperienza del vuoto, dell’essere alla deriva di modi di agire, scegliere e sentire senza più consapevolezza delle loro ragioni e necessità.

Possiamo così riconoscere che vi è una sofisticata e preziosa azione protettiva della nostra mente, che produce efficienza, spontaneità e automatismo, ma allo stesso tempo vigila che non si spenga e si estingua, nell’eccesso di routinizzazione, una funzione profondamente umana che abbiamo a disposizione, di riflettere e considerare dove stiamo andando.