Abbiamo bisogno di controllo, di proteggerci da ciò che potrebbe trasformarsi in dolore, frustrazione, abbandono, impotenza. Abbiamo bisogno di identità, radunata attorno a un centro, che ci ripara dall’incerto e dallo smarrimento. 

Ma sappiamo anche di avere del possibile che è potenziale. Tutto quello che potremmo agire, sentire, pronunciare, tentare, annusare, percepire, pensare, dare, prendere, abbandonare, scoprire. Siamo molto di più di quello che nella precisione dell’io è sotto controllo. Siamo di più dell’invisibile ma inflessibile contratto di ruolo e di identità che con gli altri ci impegniamo a rassicurare, di essere sempre uguali, domani come oggi. Il protettivo bisogno di controllo ci guida nel contenere noi stessi nei limiti che sentiamo ordinati.

Nella precisione però tutto è già dato ed è rassicurante, mentre il possibile viene con l’abbandono e la rinuncia al controllo, affrontando la minaccia dell’ignoto, che ci intimorisce prefigurandoci del dolore. Però è nella luce opaca e velata che le cose diventano di più. Così molto di quel che siamo rimane sopito, trattenuto in cambio di unicità e direzione, di luce. 

Chi potremmo essere ha bisogno di incontrare ciò che lo può liberare. Da soli non ce la facciamo a sciogliere la nostra pluralità, quello che di altro siamo. Perché siamo sempre nell’essere con qualcuno e attraverso qualcuno che ha per noi confini e attese che si ripetono uguali. 

Ma accade di imbattersi in qualcosa che ci apre, lo spalancarsi di un pertugio che irresistibilmente ci introduce in un’intimità inedita con noi stessi. Accade un pensiero, uno smarrimento, uno sguardo o un sorriso. Così può accaderci, fortuna e destino, di incontrare ciò che dà voce e corpo a ciò che non è parte di quello che già chiamiamo la nostra identità e la nostra vita. E’ il nostro doppio, la nostra incoerenza: l’instabilità. 

Incontriamo il nostro doppio, che non possiamo più ignorare anche di essere, diventa così la nostra deriva, come Superman lo è di Clark Kent, o Zorro lo è di Diego de la Vega, oppure Elena Ferrante (famosa scrittrice dell’amatissima trilogia) lo è probabilmente di Anita Raja. Il doppio è latitanza, che per vivere si trasforma e si maschera di altro. Il doppio frequentemente ha bisogno di essere clandestino, per consentire alla normalità di costruire comunità, unicità, legge e controllo. Il doppio è senza controllo, è potenza dell’ignoto e dell’estremo. E’ sovente solitudine, possibilità che si nutre dell’energia del corpo. Mr. Hyde, come Superman, nel loro doppio sono anche metamorfosi del loro corpo. Così, dopo averlo incontrato, abbiamo nel nostro cuore un altrove che siamo e possiamo. Come ne ha scritto Pirandello, siamo uno nessuno e centomila. Possiamo ignorarlo, sopprimerlo. Potremmo anche logorarci e consumarci di questo altro che siamo, nascosto e soppresso. Oppure lo teniamo vicino a noi e con noi, come quel segreto che ci occorre per essere tutto il resto.