Per lo più apparteniamo al nostro sguardo. Vi apparteniamo perché per lo più veniamo dopo il nostro sguardo. Lo immettiamo nel ciclo delle percezioni, dei pensieri e delle azioni senza doverci dedicare al modo con cui i nostri occhi trasformano quel che vedono. Nel nostro sguardo vi è un’officina defilata, celata e incessante, al lavoro ancor prima di aprire gli occhi, perché a modellare il nostro sguardo sono la memoria accumulata, tutte le esperienze vissute, con le loro narrazioni emotive, l’esposizione alla vita da cui si è circondati e che traccia direzioni a nostra insaputa. Perché lo sguardo non è mai registrazione neutra, ma incessantemente decifrazione. Una decifrazione che non richiede di dovercene occupare, nella quale siamo immersi e ne beneficiamo.
Ma se ci è per lo più inconsapevole ciò che rende i nostri occhi il nostro sguardo, ripetendosi rinnovandosi come una luce con un costante e rassicurante cono di nitidezza nell’illuminare l’oscuro, è anche vero che abbiamo la possibilità di cambiare il nostro sguardo, il modo con cui automaticamente e involontariamente ci mostra la vita. Tra le esperienze che ci possono mutare lo sguardo, che lo possono rigenerare, trasformare o trasfigurare, vi è lo sguardo d’amore.
È lo sguardo che rivolgiamo alle persone nella quali abbiamo proiettato e affidato porzioni più o meno grandi del nostro desiderio d’esistere. Uno sguardo che ci muta, e muta quel che vediamo e come, quando ce ne accorgiamo, quando, non solo avvertiamo negli occhi la presenza della persona che abbiamo reso parte di noi stessi, ma siamo anche consapevoli di quel nostro sguardo, della possibilità che ci offre. Così lo sguardo si accorge di quel che vede, di come vede, di come si impossessa di quel che vede, perché il viso che si osserva o i gesti della persona amata diventano sorpresa, stordimento, incantamento.
Lo sguardo d’amore non è dunque uno sguardo automatizzato, come quello che per lo più registra il mondo davanti agli occhi, senza interrogarsi di come avvenga questa registrazione percettiva. Lo sguardo d’amore diventa prodigio, perché ci si accorge di essere in osservazione, perché si diventa consapevoli che quel che si sta vedendo è qualcuno con dentro noi stessi e con il potere di donarci felicità.
Infatti, la conclusione di una relazione d’amore inizia dal cambiamento dello sguardo, che cessa di essere esperienza in cui si è consapevoli del prodigio di vedere, per trasformarsi nello stesso sguardo inavvertito e routinizzato che si ha mentre si vede scorre la vita che si ripete.
Dunque, da proteggere e da averne cura dello sguardo rivolto alle persone amate, per conservarne la consapevolezza di come si palesi in noi, di come avvenga il proprio sguardo nel raccogliere l’Altro e il suo indicibile.
