Forse si può dire che la perfezione è una realtà in cui nulla potrebbe essere diverso da quello che è. Nella perfezione si realizza una completa (perfetta) corrispondenza tra quello che deve essere e quello che accade, tra la rappresentazione e la realizzazione, tra l’idea e la realtà: il gesto perfetto, l’opera perfetta, il momento perfetto.

La perfezione è seducente, perché è approdo, compimento al meglio di ciò che potrebbe essere. La realizzazione di uno stato che non richiede di essere ulteriormente modificato. Un completamento che non rende più necessario cimentarsi con l’incompletezza, la precarietà, la transitorietà. La perfezione incanta perché interrompe la fatica di essere imperfetti.

Eppure il paradiso non bastò ad Eva. Non ne fu contenta e appagata. Preferì il morso alla mela dell’albero della conoscenza, che la condannò, insieme all’ignavo Adamo, alla vita imperfetta, fatta di fatica, dolore, incertezze, fallimenti. Preferibile però la conoscenza, meglio una vita nella quale l’idea che si ha del domani e di sé stessi è di poter essere meglio di oggi. Preferibile una vita nella quale sia possibile sognare, immaginare di evolvere, di divenire e mutare, piuttosto che la perfezione di un mondo che non può mai essere diverso e meglio di quello che già si vive.

Per questo, salvo per rari accadimenti di perfezione, che hanno l’effetto di rivelare lo stato diffuso dell’imperfezione, la perfezione ha la necessità di non essere mai realizzata, di rimanere un orizzonte irrealizzabile, un potenziale, raggiunto solo episodicamente. Perché ciò che è necessario alla nostra vita, ben più di un mondo perfetto, è il sogno di poterlo realizzare. E’ questo sogno che alimenta giorno dopo giorno l’emozione di vivere, di imparare, di scoprire, di provarci e riprovarci. Ed è questo sogno che nutre la nostra autostima, di credere che l’io che siamo oggi possa domani essere migliore, di credere che l’io di ora abbia la possibilità, ancorché potrebbe non avverarsi mai, di diventare il sogno che abbiamo di noi stessi. Si potrebbe dire psicoanaliticamente, che è il sogno della perfezione che consente all’io di credere nel Super-io.

Eva decise di fuggire dalla perfezione immobile del paradiso perché non aveva la possibilità di pensare un futuro differente. Un mondo che le ricordava ogni giorno non tanto quanto fosse simile a Dio, ma esattamente il contrario, che non poteva in alcun modo sperare, né sognare di diventarlo. 

Si potrebbe allora credere che vi sia un’inconscia strategia nella pervicacia con cui manteniamo e alimentiamo mondi, esistenze e modi imperfetti. Perché ci consente di nutrire il tonificante e corroborante sogno che possiamo essere meglio. 

PS E’ dunque drammatico il tempo che si vive quando perisce la speranza che domani possa essere meglio di oggi. Ci rimane solo l’imperfezione. E da sola non è sempre una compagnia che aiuta a stare bene.