Il malessere di sentirsi impotenti

Il malessere di sentirsi impotenti

Ciascuno vive a modo suo il sentimento frustrante e cupo dell’impotenza. Il disagio, a volte la pena, di non poter fare nulla per mutare una realtà che non si vorrebbe così faticosa o ingiusta o dolorosa. Di non poter altro che subire gli eventi e gli sviluppi che altri protagonisti stanno decidendo, toccando anche la propria vita.

Il sentimento opposto all’impotenza è quello del fato, credere che la realtà non abbia possibilità di essere indirizzata, controllata, dominata. Convinti di essere nelle mani della fortuna, del caso o di un destino sopraffattore. Nessun sentimento frustrante di impotenza, perché il fato esclude il proprio impegno, la speranza di poter cambiare la realtà con il proprio sforzo, rendendolo inutile. Quando sono la religione o la cultura a consegnare la vita in mani divine o nella genealogia di casta o di classe, l’impotenza non è un faticoso personale stato d’animo, ma una caratteristica universale dell’essere umano. Siamo umani incorpora siamo impotenti. Dunque non è una resa dei conti solitaria.

Ma che succede se invece abbiamo coltivato l’idea di un io autore di sé stesso, responsabile, protagonista indelegabile della propria vita? Cosa succede quando, nutriti di selfie, di autoreferenzialità, di desideri di affermazione egoica, la vita si impone senza alcuna possibilità di dire sono stato io, io ne sono l’autore? Cosa succede all’io ipertrofico quando si scopre privo di mezzi e risorse per mutare di un solo centimetro la direzione di quel che gli accade?

Dunque, come tenere in sé senza deragliare, senza deprimersi, il sentimento della propria mancanza di rilevanza e di significatività, del poco che si è rispetto a ciò che influenza e determina la propria vita? Come proteggere il proprio io, a cui occorre invece sentirsi autore e autorità di sé stesso e della propria vita?

Tra le diverse strategie difensive dai sintomi dell’impotenza si possono enucleare due tendenze. Quella di ritirarsi nel fato, nella sconsolata convinzione che sia umana la sproporzione tra le proprie risorse e una vita invece ciclopica. Si protegge il proprio io spostando il fallimento nell’ordine universale.

Oppure vi è quella di conservare uno scontento, un’insoddisfazione critica verso sé, rimproverandosi per le proprie incapacità e carenze, per le proprie cautele e paure che rendono incapaci di lasciare un segno su quello che si vive e che ha importanza. In un caso salviamo l’io sottraendolo ai suoi limiti, nell’altro lo salviamo colpevolizzando, con la pena nel non riuscire ad essere migliori. Ma come sappiamo, il sentimento di colpa è uno dei modi più potenti per riscattarsi e mettersi in salvo da sé stessi.

Forse rimane un’altra direzione nell’affrontare la propria impotenza. Ascoltarla. Senza cercare dissociazioni e neppure colpe. Ascoltarla come si ascolta un dolore, come si ascolta una contraddizione o un lamento. Rimanere vicini alla nostra impotenza e imparare il silenzio che richiede. Imparare quello che ci insegna e ricordarsene nel futuro.

 

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