E’ ovvio: non tutti i dolori sono uguali. Non si tratta solo di una differenza di intensità. E’ la natura del dolore che cambia. Vi sono dolori inutili, che sarebbe meglio evitare e vi sono dolori che non si possono evitare, dolori che impoveriscono, svuotano o devastano. Però vi sono anche dolori, pur causando sofferenza, che consentono allo sguardo di raggiungere distanze e profondità, che insegnano a parlare, a sentire, a capire. Dolori che possono educarci a decifrare il cuore e a trovare mondi da esplorare.

Che dire però di tanta e diffusa demagogia della felicità? La celebrazione della felicità ha raggiunto limiti allarmanti. Sembra che il soffrire sia diventato, in ogni sua forma, uno stato riprovevole, da debellare. Come se l’esperienza del dolore sia di per sé il deprecabile indizio di qualcosa che non ha funzionato o non sta funzionando.

Una felicità che non include l’esperienza del dolore è priva della sua carica di vicinanza generativa con la vita. Una felicità senza dolore è celibe, è infeconda. “Chi non sa morire non sa rivivere” (Merini).Nel dolore e nel suo carico di perdita, nell’esperienza di privazione e negazione a cui ci costringe, possiamo provare un sentimento di riavvicinamento con la dimensione umana, delimitata e vulnerabile, della nostra identità.

Evviva l’infelicità, allora. In dosi ragionevoli. Evviva l’infelicità che ci è necessaria per crescere, per diventare consapevoli, per imparare meglio ad essere. Eva, rispetto a un paradiso di sola e inconsapevole felicità, ha scelto la mela della conoscenza, necessariamente accompagnata da dosi di infelicità. Ci occorre anche l’infelicità, ci occorrono esperienze di fallimento, di separazione, di dolore, perché altrimenti rimarremmo privi dell’esperienza di oltrepassamento, di quell’essere umani capaci di essere di più. “Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi risentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi.” (Rilke)

Da domandarci perciò perché tanto impegno nel rimuovere la sofferenza e il fallimento? Perché l’aspirazione a una felicità che sia un flusso di coscienza senza consapevolezza e dubbio (Csikszentmihalyi), da preferire alla tormentata sofferenza? Forse, perché la sofferenza non è solo dolore. Forse perché porta con sé inquietudine, un’alterazione che sbilancia. La vita si afferma sottraendo certezze e indebolendo verità. Vi è un soffrire che è un’opportunità impegnativa d’identità. Nel dolore si dubita.

Evviva l’infelicità, allora. “Se qualcosa dei vostri processi ha l’aspetto d’una malattia, riflettete che la malattia è il mezzo con il quale l’organismo si libera dell’estraneo; allora bisogna solo aiutarlo a essere malato, con tutta la sua malattia, che scoppi poiché questo è il suo progresso.” (Rilke). Forse imparare la felicità significa anche imparare a essere infelici, come condizione generativa. Nell’infelicità prendiamo distanza da quel che ci sta accadendo, distanza che fa male, ma che può consentirci di scoprire le nostre risorse e di allenare i nostri sentimenti. Nell’esperienza dell’infelicità avviene una pedagogia della nostra anima.