Pochi modi d’essere sono considerati tanto biasimevoli quanto l’ipocrisia. E forse nessuno, nel proprio storytelling personale, si crede d’essere ipocrita. Eppure, in realtà, forse nessuno è esente dall’ipocrisia.

Ricordiamoci cosa sia. L’ipocrisia riguarda specificamente i nostri modi nelle relazioni sociali. Vi è ipocrisia quando ciò che si comunica agli altri è diverso da ciò che in realtà si pensa, allo scopo di ottenerne una convenienza o un vantaggio. Così si può detestare intimamente qualcuno, ma mostrarsi accondiscendenti, gentili e persino amichevoli. L’ipocrisia interessa la coerenza tra quel che sentiamo e viviamo e la trasparenza sociale del nostro sentire. L’ipocrisia fa i conti con la sincerità. Che è diversa dall’omissione. Perché potremmo detestare una persona e non dirlo all’interessata, senza però diventare ipocriti, se nei nostri modi di agire ci asteniamo da forme palesemente opposte ai sentimenti che viviamo. E’ invece una questione di sincerità, e quindi di ipocrisia, se pur con sentimenti di disistima o antipatia, facciamo credere all’altro di avere sentimenti differenti, mascherandoli nel sorriso, nella disponibilità, se non addirittura nella compiacenza.

Certo, è disdicevole e riprovevole l’ipocrisia, e non ce ne sentiamo toccati. Ma se ben osserviamo i fatti – i colleghi di lavoro con cui dobbiamo collaborare, il capo a cui dobbiamo rispondere, il funzionario da cui dipende una nostra pratica, persino il coniuge con cui vorremmo convivere con serenità o l’amico con cui vorremmo avere ore spensierate – forse non è difficile trovare occasioni della nostra ipocrisia. Pensieri che non solo abbiamo trattenuto, ma che abbiamo mascherato con modi di agire opposti: sorrisi che celavano critiche e disappunti, gentilezza che occultava sfiducia o biasimo.

In realtà è impossibile essere totalmente esenti da modi ipocriti, perché il nostro desiderio di coesistenza, di legami, di realizzare obiettivi a cui teniamo, di ottenere attenzione, persino di mantenere il posto di lavoro, ci richiedono atti di insincerità. Ci richiedono di dissimulare quella parte di noi stessi che pensa altro, che non approva, che non vorrebbe o vorrebbe qualcosa di differente.

Perché la coerenza con noi stessi è un bisogno non unico e irrinunciabile. Abbiamo anche bisogno di coesistere con le altre persone, di far parte di un mondo sociale che ci è indispensabile. Abbiamo bisogni che richiedono di sacrificare la coerenza tra ciò che pensiamo e quel che comunichiamo.

A questo punto la differenza tra le persone non è tra l’essere o il non essere ipocriti. Ma nell’equilibrio che ciascuno costruisce tra il perseguire la coerenza di sé e la coesistenza con gli altri. Sarebbe bello un mondo in cui non vi fosse questo dilemma, dove possiamo permetterci di essere sempre sinceri e allo stesso tempo ottenere dagli altri e con gli altri ciò che desideriamo. In realtà dobbiamo scendere a patti con l’ipocrisia. Patti che molti non sanno di aver fatto e si credono esenti da ipocrisia.