Ulisse naufraga sulla spiaggia dell’isola dei Feaci, Scheria. I Feaci non usano le armi, sono pacifici navigatori eccellenti, guidati dal re Alicnoo e dalla regina Arete. Dopo averlo soccorso, più volte gli chiedono il suo nome e Ulisse risponde oudos, sono Nessuno. 

Così come per Ulisse, rimasto senza nulla sull’isola Scheria, persa la nave, compagni e il ruolo di comando, vi sono momenti nella nostra vita in cui ci sentiamo nessuno, impoveriti, ignorati, disorientati,. Vi sono circostanze nella quali ci sembra di aver smarrito direzione e perso radici.

Nonostante la reticenza di Ulisse a rivelare di sé, per i Feaci l’ospitalità è un dovere, accoglienza senza prezzi da pagare. Così organizzano un banchetto e una festa dedicati a questo straniero sconosciuto. Nel corso di questa celebrazione l’aedo Demodoco intrattiene l’ospite con un canto, nel quale narra le gesta del famoso Ulisse. A questo ascoltare Ulisse non resiste: “Ulisse si copriva il capo e piangeva. Allora versava lacrime senza farsi scorgere dagli altri.” Ma lo strazio è tale che il re Alcinoo se ne accorge e ne chiede garbatamente le ragioni. A questo punto Ulisse capitola, è il crollo di oudos, di Nessuno, e racconta con onestà e sincerità, – l’eroe dell’astuzia e dalla menzogna – la sua storia, racconta i fatti, i crimini provocati, gli orrori visti. Dichiarando il suo nome autentico: Ulisse.

Eroe tetragono, avvezzo a ogni scaltrezza, forte e solido in ogni impresa, Ulisse piange. Piange in una specifica occasione, quando, sentendosi Nessuno ascolta narrare di sé, quando ascolta il canto e il racconto sulla propria vita fatto da un altro essere umano. Nonostante abbia un’enorme autostima diremmo oggi, nonostante la sua nota tracotanza e superbia, quando Ulisse ascolta l’aedo cantare delle sue gesta questa voce lo eleva oltre la singolarità umana, oltre il perimetro della propria solitaria memoria. Quando qualcuno si impossessa nelle sue parole della nostra esistenza, delle nostre scelte, dei nostri gesti, diventa epifania, esistenza che trova radici. E’ squarcio nella nostra solitudine e nel nostro isolamento esistenziale. Si esiste pienamente solo quando si esiste per qualcuno e in qualcuno. Sono le parole degli altri, il loro racconto che ci include e ci raccoglie a dare consistenza e senso alla nostra vita. Senza essere negli altri e attraverso gli altri si rimane incompiuti. 

Non si esiste pienamente se non si giunge ad esistere nelle parole di altri.