Uno non fa automaticamente due. Potrebbe prenderci il desiderio di smetterla, di staccarci da un’esperienza che non ci soddisfa più, la convinzione che è tempo di lasciarsi alle spalle un lavoro, una relazione, una porzione di vita che si è estinta. Ma sapere cosa non vogliamo più non ci consegna automaticamente di poter capire cosa vorremo in alternativa, di nuovo. Invece, guardando davanti, immaginandolo senza quel che viviamo oggi, potremmo affacciarci su un mondo indecifrabile. Ma non vorremmo che a muoverci fosse la fuga, non vorremmo solo una conclusione, ma anche un inizio. 

Sembrerebbe una debolezza, questa paralisi di immaginazione del futuro, quasi fosse un capriccio voler cambiare, indizio di un bisogno di abbandonare insufficiente e poco coraggioso. Ma non è così. È invece vera, reale, la fatica che produce, a volte persino dolore, la realtà da cui ci si vuole separarsi. Non occorre sapere dove andare per sapere che è bene distaccarsi.

Ed è semplificazione ridurre la nostra impotenza, nel mettere a fuoco un futuro possibile, solo a una carenza di coraggio. Perché capire quali passi fare nel nuovo è altra cosa, non è conseguenza diretta del desiderio di cambiare. Muta lo sguardo necessario. Che non è quello rivolto a ciò che stiamo vivendo, ma quello di vedere chi potremmo essere. Per quest’ultimo ci manca conoscenza di noi stessi. Conosciamo bene ciò che abbiamo fatto, provato, sudato e vissuto, mentre ci manca la conoscenza di ciò che non abbiamo incontrato, conosciuto, capito. Non sappiamo vedere chi ancora non siamo.

Così, ci potrebbe assalire la frustrazione, o essere redarguiti dalle prestazionali raccomandazioni di chi ci rimprovera di non voler abbastanza il cambiamento, consigliandoci di “muoversi”, di indaffararci per trovare cosa vogliamo “veramente”.

Forse, potrebbe aiutare un atteggiamento opposto, non quello di guardare al nostro futuro come a un ennesimo compito da portare a termine, cercando un programma da realizzare. Potremmo, se non abbiamo già a disposizione la chiarezza di come cambiare, concederci un alternativo sentimento generativo: quello dell’attesa.

Saper attendere è una disposizione virtuosa e liberatoria, quando non è il tempo che si vive subordinato all’azione, quando non è ridotta a un’esperienza a cui ci si sente sottomessi. Essere nell’attesa è uno stato mentale, non un fatto cronologico, una disciplina del possibile. Siamo nell’attesa quando ne riconosciamo e accettiamo il sentimento di perdita e di sottrazione che richiede. Abdichiamo dal bisogno di controllare, di prevedere, di definire, per lasciarci andare a un futuro che ancora non ci appartiene e che si manifesterà. Senza irrequietudine, senza impazienza, affidati alla speranza che possa accadere qualcosa che ci aiuterà.

Ed è proprio questa speranza disposizione d’animo, rilassata e pacifica dell’attesa, non agguerrita per avere una risposta, che mette in moto un cambiamento, una trasformazione: nel modo di guardare quel che viviamo, nei sentimenti che ci accompagnano. Questa dislocazione disimpegnata, senza la smania concluderla, in bilico tra ciò che vogliamo lasciarci alle spalle e un futuro che attendiamo senza saperlo, è già un abbandonare, abbandonandoci. Uno stato che accende nuove domande, nuovi sguardi, nuove emozioni, attendendo senza ansia di conclusione, e senza rassegnazione, liberiamo i sensi, i pensieri, il futuro. Ci stiamo muovendo.Possiamo essere in una stazione ad attendere un treno insofferenti del tempo improduttivo, oppure possiamo consegnarci all’attesa, prenderne il suo tempo, dimenticarci del compito e guardarci introno, scoprendo così dettagli di umanità da meravigliarsi, e magari non lo prendiamo quel treno.