Abbiamo e viviamo timori, è inevitabile, per lo più necessario e utile. Ma doverli certificare apertamente, indossandoli, può essere un’esperienza psicologicamente onerosa. Ancor più se da ripetere continuamente, appena fuori dai confini rassicuranti di casa.
Non è difficile riconoscere alla paura le sue ragioni, ma sono ragioni a cui ci si adatta a malincuore, perché sanciscono una debolezza, una fragilità. Il timore ci costringe a una vigilanza, sopprime lo stato dello spontaneo affidamento alle nostre risorse. Doverci occupare e preoccupare della nostra incolumità impone una pesantezza, perché ci toglie la leggerezza dell’ignoranza, dell’innocenza delle abitudini più semplici: camminare vicino agli altri, viaggiare in un mezzo pubblico, attendere il proprio turno in posta.
Persino l’ingresso in chiesa, per chi ci va regolarmente o chi solo per esplorazioni culturali, si è trasformato: dall’acqua benedetta, simbolica adozione della protezione divina, al gel igienizzante, materiale e tangibile difesa per una protezione fai da te.
Così, la scelta di non indossare la mascherina può diventare un atto consegnato letteralmente alla spensieratezza, al ripristino di un pensiero senza pensiero, affrancato dalla fatica del dubbio e della preoccupazione, sottratto all’inquietudine della fragilità. Affidandosi alla complicità di una percezione confidente e convinta di sé, nel saper valutare quando vi sono ragioni di preoccupazione. Un restauro emotivo della propria benefica e alleggerita incoscienza.
La nostra mente mal sopporta il timore prolungato nel tempo, lo stato di impotenza e di vigilanza che richiede, per la fatica che impone di dover dubitare. Anche neurologicamente è la fatica dello sforzo richiesto alle strutture della corteccia prefrontale, nel governare e tenere a bada il resto della mente. Reti che non sono biologicamente progettate per un’attività incessante, ma solo episodica, nei casi in occorre correggere la rotta. Perché per lo più il resto della mente va da sé. Come avessimo una riserva d’acqua di poche gocce al giorno, ma sotto l’effetto della paura ce ne occorre ben di più.Ma praticare la propria vulnerabilità, attraverso un gesto ripetuto di autoprotezione, così palese come mascherarsi il viso, potrebbe essere anche una convivenza epifanica, educativa. Perché ci potrebbe insegnare l’esperienza della nostra finitudine, il nostro essere incompleti per essenza, fragili per virtù. Quando accogliamo del timore l’attenzione che ci regala, i dubbi nei quali ci guida, le scoperte verso cui ci rende consapevoli, i desideri a cui dedicarci e la responsabilità a cui ancorarci.
