Etica e morale non solo lo stesso. Morale deriva dal latino mos: “l’insieme dei costumi e delle usanze ereditate dagli antenati”. La morale riguarda le convenzioni, le regole e i valori che appartengono a un gruppo sociale, accettati dalle persone che ne fanno parte, necessari per la loro convivenza sociale e civile.

Etica, dal greco ethos, significa “condotta”, “carattere”, “consuetudine nel modo di comportarsi”. L’etica è l’esito di un ingaggio personale, è alimentata da una scelta valoriale a cui ispirarsi. La morale viene da una spinta sociale a cui ci si adatta, l’etica da una spinta riflessiva che genera scelte consapevoli. Un esempio. Ci si avvicina con l’auto a un semaforo che diventa giallo. Tre sono i comportamenti possibili. Si accelera, sottraendosi a ogni morale (la norma) ed ogni etica (la riflessione). Oppure si ferma l’auto. Anche in questo caso possono esserci diverse motivazioni: il rispetto del codice stradale (morale), oppure il timore di incappare in una sanzione (sovente la morale è alimentata da bisogni di sopravvivenza). O ancora, ci si ferma avendo la consapevolezza di poter causare un danno ad altre persone. In questo caso è possibile riconoscere un comportamento etico.

La differenza tra etica e morale si trova anche nelle strutture neurofisiologiche della mente. L’etica neurologicamente si avvale della corteccia prefrontale, con le sue funzioni che consentono di dubitare e di autocontrollarsi. Infatti, l’etica, la scelta etica, nasce da una domanda, dalla facoltà dubitante della corteccia: “Sto facendo la cosa giusta?” E’ la perdita di questa domanda che produce lo smarrirsi dell’etica.

La morale, con le sue norme necessarie per regolare la reciproca convivenza, ha radici biologiche ed evolutive più primordiali, che fanno riferimento alle aree subcorticali, più automatizzate. La morale si connette con la necessità biologica della sopravvivenza e agisce attraverso l’abitudine adattiva spontaneizzata. Un esempio. Sono stati posti due cesti per le donazioni davanti a due diverse uscite di una stessa chiesa. Di fronte a uno dei due cesti è stata collocata a volte una telecamera, altre un poster con un volto che guarda lo spettatore. In questo cesto le donazioni hanno superato del trenta per cento quelle presenti nel cesto senza la telecamera, o il poster con il volto che si rivolge allo spettatore. Vi è una congenita tendenza morale a cooperare attivata dall’essere e sentirsi riconosciuti.

Anche gli studi sui primati osservano l’esistenza di precisi comportamenti morali, tra i quali: l’altruismo, la capacità di sottomettersi all’autorità per mantenere l’ordine sociale, la cooperazione per raggiungere uno scopo comune, la protezione dei cuccioli e dei più deboli, persino un senso dell’ingiustizia. In altre parole, sono presenti biologiche predisposizioni morali come mattoni cognitivi e neurologici che orientano il comportamento (Churchland, Zipoli).

Se abbiamo una neurofisiologica predisposizione morale, ad adeguarci a comportamenti che rispettano delle norme condivise e sociali, il tema che possiamo porci è quali sono le norme morali che la nostra mente accoglie e considera perentorie. Possiamo anche chiederci come questa incorporazione morale venga condizionata da ciò che si vive. Cosa succede alla nostra morale quando le abilità empatiche vengono compromesse da un adattamento al presente e alla crisi che produce anoressia empatica, anestesia emotiva, isolamento e indifferenza? Cosa accade alla morale quando non si hanno più le risorse empatiche della compassione, soffocata e spenta da un adattamento che ha fatto ripiegare su un io appartato?

Forse ci stiamo ritirando in morali tribali, dove la comunità che riesce ad avere un effetto sui miei comportamenti non è più il paese, la nazione, forse neppure quella del territorio, ma quella ancor più ridotta dei miei simili. La mia morale agisce e si fa sentire riconoscendosi in un perimetro di appartenenza tribale, basata sulla sintonia delle emozioni, sulla similitudine dei modi di sentire e agire. Quando si riduce il sentimento del proprio legame con gli altri a coloro che sono simili, vivendo come un mondo estraneo ciò che sta al di fuori di questo perimetro tribale, si incrementa una demoralizzazione, si perde energia psichica per un’autoregolazione morale verso un mondo esterno diventato estraneo.  

In questo scenario affiora la necessità di una disciplina capace di futuro: l’etica. Se la morale è guidata dalle predisposizioni neurofisiologiche automatiche e incarnate, l’etica invece attinge alla forza di un pensiero che si propone di affermare un significato e un progetto di autenticità, che cerca di costruire con consapevolezza. Già il termine etica è un manifesto: ethossignifica anche “dimora, soggiorno, luogo dell’abitare”, ovvero modalità dello stare al mondo. Un pensiero etico riconosce innanzitutto che ogni essere umano è radicato in qualcosa che lo eccede, lo precede e lo continua. Un pensiero etico si propone di imporre lo sforzo della riflessione e del dubbio per orientare ciò che si decide e come si agisce. Un pensiero etico non rinuncia mai a chiedersi cosa sia giusto fare. E nella risposta che trova è attento a disinnescare timori o pensieri opportunistici.