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GianMaria Zapelli elsewhere

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Quando muore una persona che si ama

Quando muore una persona che si ama

Vi sono addii che arrivano prima di accorgersene e quando effettivamente accadono è un sollievo.

Forse non è questo il luogo per scriverlo. Mia madre è morta il 2 novembre. Dopo 42 giorni di ricovero per l’acutizzarsi aggressivo del tumore di cui soffriva. I dolori sono stati così forti e crescenti che ha ricevuto incrementali dosi di morfina. Sino, negli ultimi giorni, da lasciarla quasi sempre incosciente.

Nelle occasioni in cui era lucida, prigioniera del suo corpo ferito e dei patimenti – mentre nella sua vita non l’ho mai vista mostrare segno di stanchezza, di sottomissione alla fatica o al dolore – mi guardava e aveva poche parole affossate per dirmi la sua impotenza. I muscoli e le ossa che la portavano via, via da sé, da quel che era abituata ad essere, mai un lamento e sempre con qualcosa da dover fare.

Così dopo 42 giorni, di mattino presto, mi chiamano dall’ospedale per comunicarmi che mia madre era morta. L’avevo vista anche il giorno prima, il viso gonfio e irriconoscibile, in uno stato di sopore stordito. Eppure, aveva avuto la forza di uno sguardo, per aprire totalmente le palpebre e per poco un guizzo brillante di lucidità per guardarmi, per sussurrare solo il mio nome, come a dirmi: “Guarda qui, in quale sfacelo mi trovo.”

Così, quando ho sentito la voce della dottoressa dirmi della sua morte non è stato il dolore ad assalirmi, ma il sollievo.

Vi sono perdite improvvise, immediate, inattese. Uno strappo che deflagra nel cuore e sconquassa i sentimenti.

E vi sono quelle che arrivano dopo il dolore, concludendolo. Perdite iniziate però prima. Ma poco ce se ne accorge, perché si è dedicati alle pene di chi si ama, al tempo ospedaliero, ai colloqui con i dottori. Il nostro tempo, le attenzioni, le preoccupazioni sono concentrate su questa sofferenza di cui siamo compassionevoli spettatori. Senza badare e considerare più di tanto, anche perché vi è sempre la speranza a fare il suo lavoro, che in realtà le abbiamo già perdute queste persone, da quanto entrano nel tunnel del declino penoso del loro corpo. Perché la nostra relazione con loro si è svuotata di ciò che si condivideva, del tempo trascorso insieme a parlare e raccontarsi, delle visite settimanali, i pranzi festivi. Il dolore che le impegna e concentra ce le sottrae, privandoci delle abitudini relazionali e affettive che avevamo, che alimentavano la loro necessità nella nostra vita.

Sicchè, quando giunge la conclusione, dopo tanto dolore, non è il vissuto di ciò che si è perso di quella persona che prevale, ma il sollievo di saperla libera dalla sofferenza. Come se, ed è atroce dirlo, il dolore delle persone che amiamo ci avesse aiutati a separaci da loro progressivamente, senza il nostro dolore di una lacerazione inattesa.

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