Si può fare vuoto, liberarsi, ed è sovente benefico. Diverso è quando si è costretti a un vuoto, quando una perdita, una separazione, uno smarrimento lasciano in noi uno spazio cavo. È il vissuto di ciò che non abbiamo più, che ha cessato di far parte della nostra vita.
È lo spalancarsi della mancanza, di non poter più ripetere sorrisi, sguardi, tempo condiviso, amicizia o amore. Nella propria agenda esistenziale, nel calendario delle proprie certezze affettive, ci si trova con del tempo libero e scavato, mancano gli indispensabili appuntamenti con l’affetto, a cui ci si era abituati.
La nostra relazione con il vuoto è un movente che ci definisce profondamente e unicamente. Nel nostro modo di amare e legarci, di affidarci e interrare nella nostra vita persone a cui saldare la nostra felicità e il nostro bisogno, contribuisce anche l’elaborazione del vuoto. Poiché non vi è alcun modo di essere certi sul futuro di un legame, come viviamo la possibilità della sua perdita e il dolore che provocherebbe, costituisce un sotterraneo magnete che indirizza i nostri modi di costruire e vivere legami.
La relazione con il vuoto influenza la relazione con il pieno, ovvero gli affetti che si costruiscono e si accolgono nella propria vita. Perché tanto più sono numerosi, maggiore è il rischio di imbattersi in una separazione, in un distacco, nella sofferenza luttuosa da affrontare.
Così vi sono perdite che dilaniano, vuoti che lacerano e che non si richiudono mai, che, come un vulcano sempre in attività, rilasciano l’incandescente dolore della mancanza, dell’assenza. Ma pure vi sono, per la perdita di un genitore o di un’amicizia, vuoti che si aprono e si richiudono velocemente, senza lasciare crepe che reclamano molte lacrime.
Abbiamo dato forma al nostro modo di vivere il vuoto per lo più nell’infanzia, quando ingordamente bisognosi di legame, della sicurezza dell’amore, ne abbiamo anche sperimentato la carenza, l’attesa, l’assenza. Sicché sono possibili relazioni affettive, che se perdute immobilizzano, depauperando, nel dolore del vuoto. E altre, così condizionate dal timore della sofferenza, che non affondano il legame nel cuore, pur di non doversi imbattere in un vuoto che rimanga aperto con il suo patimento.
Come sempre, nell’occuparsi di sé, non vi è una misura giusta nell’essere sé, e quindi anche nell’essere portatori sereni del proprio vuoto. Come per ogni geografia della propria identità, se il benessere è il traguardo, lo si trova costruendo di equilibri e di contrappesi, rieducando quel che si è imparato all’origine, tra le diverse necessità del cuore, di tenere a bada le paure e di arricchirsi nel desiderio, di cautelarsi dal dolore e di arricchirsi di amore.

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