Essere contro a volte è liberatorio. Odiare, disprezzare, denigrare possono essere inebrianti.

Una delle condizioni che regola l’esistenza di una comunità sono i vincoli, molti dei quali sono dedicati a legare, unire, rendere comunità la vita civile, rendere uguali. L’uguaglianza però è impegnativa, perché si fonda sulla sottomissione a un’idea e una storia del noi. All’io che appartiene a una comunità si richiede di limitarsi, di farsi simile. Nell’appartenenza a una comunità l’io è meno del noi. Non deve alzare la voce, deve considerare il bene di tutti, deve rispettare le strisce pedonali e fermarsi ai semafori rossi. E’ uno sforzo di subordinazione. Però largamente compensato dal beneficio rassicurante di sentirsi parte di una comunità. Quando vi è una solida cultura del noi, radicata e ben rappresentata nelle istituzioni, l’io non scalpita, non rivendica, non insorge. Perché il noi che trova ha la forza di riconosciute radici nel passato e della loro necessità per il futuro.

Ma se il noi si smarrisce, se non si riescono più a trovare le sue radici e le sue ragioni, se la leadership che dovrebbe proteggerlo e ispirarlo esaspera la vulnerabilità e la solitudine dell’io e la sua impotenza, se il noi diventa solo fatica senza ragioni, in questo vuoto, in questo lutto, il riscatto e la riabilitazione trovano il nemico e l’odio.

Perché nell’odio non solo si sperimenta la rabbia, ma soprattutto la sua funzione catartica e onnipotente. L’io senza legami, abbandonato a se stesso, privo della protezione del noi è anche privo del vincolo e della legge che viene richiesta per essere comunità. Odiare e disprezzare è un gesto che perde l’autoregolazione, l’autolimitazione voluta dalla comunità. Odiare è straordinariamente singolare, ancorché condiviso in molti. Nell’odio l’io si consente di stare sopra le regole, sopra la misura, sopra il precetto comunitario. Sicché nel momento in cui è più debole, senza il noi e la comunità che lo protegge, l’io trova un risarcimento e un riscatto nella rabbia, nel desiderio di abbattere un nemico. A questo punto non sono importanti e non funzionano le ragioni, il buon senso, l’ascolto e la mediazione. Arrivato all’odio l’io non se ne separa, perché è tutto ciò che ha per sentirsi padrone di un potere, nella vulnerabilità in cui è precipitato senza più il noi, gli rimane solo il potere inebriante di distruggere.

Avere uno stesso nemico non produce un noi, ma solo la sua distruzione. Quando all’odio e alla rabbia si giunge senza più il sentimento di responsabilità verso una comunità ciò che si genera non è una nuova comunità, ma una moltitudine di singoli che odiano, che cercano un nemico da umiliare, da abbattere. Vi sono nemici che esistono per poter consentire il bisogno compensativo e farmaceutico di odiare.

PS: Appare dunque allarmante quando chi ha la responsabilità della leadership incendia il gesto euforico, ma esiliato dal noi e solitario, dello scontro e del nemico.