Le vittime non sono tutte uguali.
Vi è chi viene ridotto a vittima, sopraffatto, privato di condizioni vitali, mortificato senza possibilità di difesa e identità.
Ma vi è anche chi si appropria del ruolo di vittima, rivendicandone lo status ed esibendone la condizione. La vittima è sovente il protagonista di questo tempo. In un’epoca che facilmente evapora l’identità, lo status di vittima fornisce un supplemento di sé.

Assumere il ruolo della vittima è un potente generatore di identità. Consente di collocarsi in una zona franca, immuni dalla critica, dove non è fondamentale ciò che si fa, ma ciò che si è subito o perduto. Nella posizione della vittima si ottiene l’esenzione dalla confutazione, dalla possibilità che le proprie convinzioni siano falsificate. La rivendicazione della vittima garantisce innocenza e l’esclusione dal confronto e dalla responsabilità.

Senonché Richard Sennett scrive: “Il bisogno di legittimare le proprie opinioni in termini di offesa o di sofferenza che si è subita lega sempre più gli uomini alle offese stesse“. Quello di cui si ha bisogno viene affermato attraverso quello che è stato negato.

Il dilagare vittimario appare un prodotto del passaggio dalla modernità al contemporaneo. E’ una strategia di sopravvivenza. Che trasforma la debolezza, la perdita e la vulnerabilità in una condizione di vantaggio, utilizzando il reclamo targato di innocenza e verità. Nel rapporto con un mondo che ha reso impervie la speranza, la fiducia e il futuro, la metamorfosi vittimistica consente una collocazione che non impegna, non progetta futuro, ma si nutre del negativo e della carenza per ricavarne una condizione di isolamento protetto, dal dubbio e dalla necessitò di fiducia per includere il mondo. La ragione della vittima, che non accetta altra ragione, produce durezza e compattezza, in un mondo dove invece nulla può essere considerato solido. Il protocollo immunitario della vittima è un antidoto alla paura, perché produce certezza esente da dubbi, attraverso l’essere contro, sfuggendo dall’impegno dell’essere con.

L’identità indiscussa e indiscutibile della vittima viene anche blandita e lusingata da chi aspira alla leadership politica, attraverso l’esaltazione e l’esasperazione del risentimento, generando un populismo che ignora il dubbio.

Per non cadere nella logica pragmatica e risentita della vittima occorre accettare di essere vulnerabili e non di sentirsi vittime. Di avere nella propria identità la fragilità come condizione umana, a cui appartengono le ferite come esperienza ineludibile, ma che se riconosciute diventano condizione per trovare nell’altro la via per costruire un futuro di solidarietà.