Quando il tempo che si vive è nel perimento di un presente che si succede a un altro presente, facilmente può accadere di rimuovere le proprie ferite. Non di cancellarle, perché è impossibile eliminare una ferita dalla mente. Però, nel totalitarismo del presente, ci si ferma alla loro manifestazione dolorosa, all’infezione emotiva – del dolore, della rabbia, della paura -, senza dedicarsi il tempo e il ricordo necessari per esplorarle con riflessioni e ripensamenti. 

Delle ferite è facile viverne l’immediatezza della pena, meno accessibile è lo spessore della loro provenienza. Domina l’abitudine ad essere popolati da emozioni istantanee, lo sfogo epidermico del malessere, che erode e sbriciola il tempo della domanda e del dubbio.

Così, ciò che si vive è immediatamente ricondotto a un comprensione fulminea, che si accredita come sufficiente per quel che vi è da capire. Senza diventare consapevolezza che si espande oltre il momento che si vive, per vedere la profondità nella quale è interrata una ferita. Fermarsi all’immediatezza di ciò che si prova reclude e abbandona le ferite a sé stesse, alle strade che prenderanno.

Lasciare le nostre ferite senza interrogativi, ignorate e occultate dentro di noi, ha il beneficio di evitarci il trauma di ciò che potremmo scoprire. Ma si rimane anche privi della consapevolezza di come il nostro sguardo ne sia plagiato. Privi della comprensione della loro regia nelle emozioni che proviamo, nelle scelte che facciamo o non facciamo, nelle simpatie e nelle antipatie che ci attraggono o ci allontanano. Inconsapevoli così delle ragioni peculiari della nostra vulnerabilità, prodotta dalle esperienze dolorose vissute. 

Ferite che così giacciono invisibilmente febbricitanti, prive di indirizzo e contenimento, libere di trasformarsi in violenza inappagata, in rancore e aggressività, in timori e paure, in pregiudizi e diffidenza, paralizzando le nostre scelte con le loro sotterranee lacerazioni.

E’ la capacità e il tempo per dedicarsi a una conversazione intima, per parlare con le proprie storie emotive, senza accontentarsi di facili conclusioni, che ci educa a una relazione meno subalterna con le nostre ferite. E’ il dubbio mai appagato su quel che crediamo di aver compreso di noi, che ci indirizza verso nuovi pensieri e nuove parole, che alimenta le nostre risorse di consapevolezza. Necessaria per prende strade differenti da quelle a cui dirigono le nostre ferite.