Ritorna, inevitabilmente, con effetti che potrebbero pur essere benefici, anche se a volte ce ne scordiamo, e ci pare distante, la nostra relatività. L’esistenza che ci colpisce, come abitudine e non come certezza, come ripetizione e non come sicurezza, come occasione e non come necessità. Perché relativo significa vulnerabile, parziale, incompleto.

Vi sono circostanze, sovente dolorose e minacciose, nelle quali precipitiamo nella nostra relatività. Non che non la sapessimo già. Ma viverla nelle emozioni, nelle preoccupazioni e nei timori, viverla in cambiamenti a cui siamo costretti, è ben diverso.

Così diventa relativo il sentimento di vicinanza a cui non pensavamo, il valore che attribuiamo a ciò che abbiamo e ci pareva indispensabile. Relativi sono i malesseri a cui abbiamo dato spazio e credito, per un capo che non ci ha capiti, un collega troppo presuntuoso, un vicino di casa troppo esuberante. Relativi sono diventati i fastidi che abbiamo avuto come fossero importanti, a cui abbiamo consentito di occupare i nostri sentimenti e le nostre emozioni.

Viviamo la relatività e non è solo coercizione per sottrarsi al pericolo. Può essere scoperta dell’invisibile e trovarlo di valore. Come erano quasi invisibili i centimetri di distanza dagli altri, diventati nella relativa distanza di un metro sospetto, cautela, rammarico, complicità, gioco. Come erano invisibili i tempi che riempivano le nostre ore, come meccanismi ineludibili. Oggi relativizzati dal chiedersi come riempirli di senso, utilità, ascolto, bellezza, riposo, novità.

Siamo mestamente costretti alla nostra relatività e forse domani a una non meno dolorosa, che potrà toccare le nostre sicurezze economiche. Ma abbiamo anche la possibilità di connetterci con la nostra condizione umana, che nella relatività potrebbe incontrare cosa è più importante, veramente importante.