Conoscere se stessi può avere molteplici attenzioni, una di queste riguarda comprendere come le esperienze vissute hanno lasciato il loro segno nel nostro futuro. Perché ciò che ci accade e ci accadrà sono largamente l’esito di come la vita vissuta ha scritto le sue trame nel nostro cuore.

Solitamente si pensa all’infanzia come a un tempo saliente e fondamentale per l’impronta che prenderà da adulti la nostra identità psicologica, e non solo. Ed è così. Ma anche l’adolescenza non è da meno. Soprattutto per un’esperienza che caratterizza l’adolescenza, decisiva sulle direzioni che la vita prenderà più avanti: l’esperienza del fallimento.

L’adolescenza inaugura la ricerca della propria individuazione, la necessità di riconoscere un perimento alla propria identità, dislocato e differente rispetto al contenitore protettivo dei genitori. E’ dunque tipico dell’adolescenza la sperimentazione, la necessità di scoprire dove sia il periplo del proprio possibile. E’ dell’adolescenza mettersi alla prova, nella scoperta del corpo, dei sentimenti, delle relazioni amicali e amorose. 

Per questo l’adolescenza ha bisogno di fallimenti, perché sono la conseguenza inevitabile quando si tentano nuove abilità, nuove esperienze, nuove strade. Poi si diventa adulti è la nostra relazione con l’insuccesso sarà largamente influenzata da come abbiamo vissuto e imparato il fallimento quando ne avevamo necessità vitale.

Possiamo allora chiederci quali sono stati i fallimenti nella nostra adolescenza di cui ci ricordiamo? Quale ferita hanno prodotto? Come li abbiamo affrontati? Possiamo anche chiederci cosa abbiamo evitato nella nostra adolescenza perché temevamo troppo di fallire? A quali possibili esperienze ci siamo sottratti, alleandoci al timore della sconfitta, rendendolo più forte e scolpito nel nostro cuore? Invece che affrontarle e scoprire che non erano poi così pericolose? 

Probabilmente le risposte che troveremo ci potranno dire molto della nostra attuale relazione con l’esperienza del fallimento. E se comprendiamo che fallire è diventata un’esperienza che viviamo con troppo timore, se siamo troppo imprigionati dalla fatica di non permetterci mai un passo falso, fortunatamente possiamo sempre educare le nostre ferite a un futuro differente.

Pier Paolo Pasolini, molti anni prima di questo presente di sconfitte, ha avuto un pensiero strepitoso: “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.” (Pasolini, 1961)