L’esperienza del patimento è sintonizzata con il nostro bisogno di integrità. Dove vi è un dolore vi è una violazione o un danno della nostra integrità. Che sia integrità fisica o psicologica.

La nostra esistenza si regge sulla nostra integrità. Abbiamo un’imperativa necessità di proteggerla, perché non siamo somma di componenti o parti, ma molteplicità di funzioni tra loro collegate da un’unità che le rende identità. Non solo mani, gambe e spalle, ma corpo. Non solo pensieri, emozioni, memoria, legami, ma persona.  La nostra completezza è condizione indispensabile di sopravvivenza.

Il dolore è il prodotto di una ferita inflitta a questo tutto riunito e collegato che siamo e abbiamo bisogno di essere. Come quando si perde una legame, un lavoro, un sogno oppure un’abilità fisica. Viene meno un pezzo di ciò che ci è indispensabile per la nostra integrità.

Imparare la nostra integrità, concepirla, immaginarla e progettarla è allora una via per imparare la nostra relazione con il dolore e con la serenità. Un itinerario controverso, perché ciò che includiamo nella nostra integrità – sogni, desideri, legami, esperienze – è sottoposto al rischio di un dolore, nel caso di una loro eventuale perdita. Così sembrerebbe una soluzione ridurre al minimo gli ingredienti di cui abbiamo necessità di proteggere, nel tutto che abbiamo bisogno di essere. Una via percorsa da diverse ispirazioni ascetiche e filosofiche. 

Un’altra via potrebbe essere imparare un’integrità capace di essere più forte di ciascuno dei suoi componenti, un’integrità che non sia ostaggio di ciò che la compone. Una solidità di se stessi capace di incontrare la perdita e la separazione come un’esperienza, ancorché dolorosa, non rovinosa del sentimento di possedere una propria integrità, più solida della perdita che pur si patisce.

Una via impegnativa perché la si attrezza avvalendosi di più risorse. Si protegge la propria integrità con la pluralità, degli interessi a cui ci si dedica, delle idee a cui ci si lega, delle esperienze di cui ci si arricchisce. Più l’io è abbarbicato su poco, maggiore sarà il sentimento di franare se perdesse quel poco di idee, interessi, convinzioni e abitudini.

Ma non è solo la pluralità che preserva il sentimento della nostra integrità, vi è anche la nostra capacità di affrontare ciò che perdiamo (un legame, un posto di lavoro). Vi sono anche le risorse che si possiedono quando si vive la ferita di una privazione, risorse che attingono a ciò che rimane di ciò che siamo, a ciò che far parte della nostra integrità; alla dotazione di vicinanze, legami, fiducia in sé e progettualità che abbiamo saputo includere nel tutto che siamo.