Sarebbe auspicabile una clinica della fragilità.

Per imparare l’ineludibile incompletezza e debolezza dell’io, per imparare a non eluderla attraverso l’adozione di certezze e verità. La fragilità richiede premure che non cerchino modi per sopprimerla, o per evacuarla dal cuore, ma che invece insegnino a starle vicino. Un po’ come un fisioterapista può insegnare al possessore di un corpo con disabilità deambulatoria ad amare la vita e il movimento, non contro la disabilità, ma attraverso la disabilità.

L’identità ha un destino di parzialità e una clinica della fragilità non fugge dall’insuccesso, da ciò che ci potrà mancare, dalla frammentarietà delle conoscenze, dai timori di non farcela, dal sentirsi soli, da sogni che potrebbero farci un po’ di male. Non evita lo smarrimento attraverso un’estinzione della compassione e dell’empatia.

Una clinica della fragilità potrebbe ravvicinarci alla perdita e alla precarietà, per trovarvi le radici di un progetto etico e umano, per trovare proprio nella lacuna dell’io, e di ciò che si può essere e non essere, le motivazioni di un impegno interiore, di una onestà valoriale.

Una clinica della fragilità sostituisce la cultura del panico e della vulnerabilità, del rancore e del disprezzo, con la cultura del dubbio. Si  sottrae alle forme inaridite di una morale tribale, troppo clemente con se stessa, tanto è il suo bisogno di sicurezza, per ottenere energie e cittadinanza attraverso la responsabilità della prossimità con gli altri.

Nella clinica della fragilità si entra incerti e se ne esce serenamente e responsabilmente incerti.