La si porta con sé come il respiro, il battito del cuore, raramente se ne parla, di cosa sia: la verità. Che a rifletterci è soporifero. Eppure implicitamente, se non addirittura necessariamente, è il fondamento a cui ci si affida per le proprie convinzioni, nel descrivere la realtà che si vive, nel giudicarla, anche nel percepirla.
Senonché la verità è controversa. Ben lontano da voler anche solo sfiorare l’abisso che riguarda il tema della verità, da ricordarsi che riguarda ciò che esiste indipendentemente da uno sguardo o un pensiero che l’ha pensata. È vero significa che esiste al di là e autonomamente da ogni cogito umano, che esiste senza la necessità della mia esistenza, del mio sguardo. Ciò che è vero esiste da sé. Ciò che è è (Parmenide).
Riguardo alla verità abbiamo anche da considerare il suo duplice dominio. Vi è la verità del mondo fuori da noi, della realtà che ci circonda, e vi è la verità del nostro mondo interiore, che ha lo stesso statuto della verità esterna, ovvero ciò che esiste ed è reale indipendentemente da come io lo pensi o la viva. E sappiamo il ginepraio della verità della nostra realtà psichica: qual è la verità di una ferita vissuta? A quale verità sono collegate le nostre emozioni? Freud ha minato la possibilità di essere sicuri persino della verità di chi siamo, che portiamo con noi nel nostro mondo interiore. Per quanto possiamo sforzarci di dire esattamente chi siamo ricorriamo a una parola compromessa, perché già nella parola che utilizziamo (vedi Lacan) si annida l’opera defilata e carsica dell’inconscio.
Se poi muoviamo verso il chiederci quale sia verità del mondo che percepiamo e raccontiamo, difficile trovare evidenze che non siano il prodotto della mente umana. Certamente esiste una verità, ma tra noi ed essa vi sono parole, percezioni, esperienze, cultura che ce la rendono inavvicinabile nella sua pienezza. “C’è sempre una verità in quello che diciamo, che però non è la verità di quello che diciamo.” Gargani
Dunque, quando si afferma un pensiero dotandolo di verità pare più la conseguenza di un bisogno, di sapersi ancorati in certezza, in punti fermi a cui affidarsi. Vacillano decisioni, convergenze umane e sociali, leggi, discipline dell’esistenza se non fossero attrezzate del vero. Perché il vero sottrae all’incerto, all’instabilità. Infatti l’opposto della verità non è la falsità, ma l’indeterminato.
E se si accettasse di non poter aver a che fare con la verità? Che la verità esiste, ma è inaccessibile? Il rischio è tremendo, perché se non vi è accesso alla verità, facile allora il caos depauperante del “tutto è vero”, la prepotenza grossolana di una cultura della post verità.
Ma forse vi è una direzione possibile, quella della domanda sulla verità. Di pensieri che sanno di essere sempre in carenza di verità, ma non cessano di applicare il rigore dell’analisi, dello studio, dell’ascolto, per pensare ciò che potrebbe al meglio avvicinarsi alla verità.
Non possiamo la verità, ma certamente possiamo l’onestà intellettuale, il dubbio e lo sforzo analitico per chiederci se tutto ciò che potremmo pensare di noi stessi e del mondo che ci circonda lo abbiamo pensato con coraggio, accuratezza ed eticità. Non sarà piena verità, ma certo una vita più vera.
