Le emozioni sono state sdoganate. I cancelli sono stati aperti. Il solo fatto di avere un’emozione che si impone nei nostri stati d’animo ne legittima la manifestazione. Come avessero, le emozioni, una sovranità illimitata. Non più sottoposte a rendicontazioni e contenimenti. Non più sottomesse alla fatica dell’educazione e dell’autocontrollo.

Certo, è benefico liberare gioia, sorrisi e allegria, senza i freni dell’autocensura. 

Ma l’ascesa delle emozioni ha prodotto la loro nobilitazione indiscriminata. Una sorta di assoluzione tossica. Perché oggi le emozioni non hanno più reticenza, non sono sottoposte a dubbi, esitazioni. Sono liberate dal giogo della regolazione a cui molte culture, nella storia, le avevano sottoposte. Circolano senza pudore e decenza. Forti di un diritto acquisito. Testimonianza radicale e affermativa dell’io più viscerale. Emancipate dall’essere ancelle che accompagnavano ciò che aveva valore, i contenuti. Non più al servizio del pensiero e della riflessione.

Quando si attiva una risposta emotiva si produce una gerarchia delle nostre priorità, di ciò che vediamo, sentiamo, pensiamo, di come agiamo. Neurologicamente la nostra mente viene controllata selettivamente e condizionata dall’azione enzimatica delle emozioni.

Quando le emozioni sono state liberate senza più freni, quando si è perduto il valore della loro educazione, quando si è accantonata la fatica dell’autocontrollo e se ne è danneggiata l’abitudine, ciò che circola è tutto l’universo emotivo. Ma vi sono parole che meritano silenzio ed emozioni che meritano controllo, perché la facilità con cui si affermano le emozioni non è prova della loro necessità, semmai della facilità con cui smarriamo ciò che ci rende migliori.