Non possiamo evitarlo, ignorare noi stessi. Tra ciò che viviamo, ascoltiamo, incontriamo e l’opinione che ce ne facciamo ci siamo sempre noi. Con le nostre convinzioni, le nostre conoscenze, i nostri valori. Siamo inevitabilmente la misura di ciò che avviciniamo del mondo.

Una condizione ineludibile, che destina la nostra conoscenza ad essere sempre un’opinione della realtà, senza mai la certezza che fuori da noi sia esattamente come lo è nella nostra mente. Al meglio condividiamo con molti altri la stessa opinione. E non è poco, perché si chiama comunità e tranquillità.

Però, possiamo chiederci che uso facciamo di questa irriducibile centralità di noi stessi, nella relazione con il mondo che incontriamo. Quanto la nostra personale misura ricorre, nel rapporto con gli altri e la realtà, nel pensare ciò che è meglio, o sarebbe meglio? In altre parole: quanto ciò che osserviamo negli altri, che non torna con le nostre convinzioni, che si discosta dalle nostre esperienze, produce un immediato e lapidario pensiero valutativo, che ha noi stessi come misura? 

Non avrei mai fatto così. Quanta idiozia guardare quel programma. Ma come si può indossare un abito come quello? Non hai capito nulla di ciò che è importante.

Perché non è differenza da poco. Imbattersi in scelte che non avremmo fatto, pensieri che non avremmo avuto, atteggiamenti che non ci appartengono, gusti lontani dai nostri e irrefrenabilmente e fulmineamente emettere un giudizio di merito. Sentenze che sanciscono un meglio e un peggio, un giusto e uno sbagliato, sempre sulla base di sé stessi come format di riferimento. La perseverante inclinazione a emanare una valutazione che fissa cosa sarebbe giusto. Sovente anche senza acredine, o aggressività. Persino benevolmente. Però si valuta istantaneamente l’altro, e lo si colloca in una conformità o meno rispetto alle proprie convinzioni e alle proprie esperienze.

Oppure, anche se non possiamo evitare di essere al centro delle nostre misure, si potrebbero applicare con parsimonia e cautela. Vigilando sulla nostra spontanea disposizione a usare noi stessi come misura. Per accorgerci quando abbiamo effettivamente contenuti che giustificano una valutazione che distingue meglio o peggio. Dalle volte nelle quali è solo una differenza dai nostri modi o dalle nostre attitudini. Una consapevolezza non facile da ottenere, valutare sé stessi e il pregio delle proprie misure. Può essere utile ricordarci che la realtà raramente richiede di giudicare cosa sia meglio o peggio, giusto o sbagliato, la maggior parte delle volte richiede di capire come sia possibile la differenza.