Sembra presente una dimensione paradossale: meno sappiamo il futuro che ci attende, più abbiamo certezze. Meno siamo smarriti, meno abbiamo i gesti, i comportamenti e i modi di chi è smarrito. Anche se ci mancano direzioni e chiarezza di futuro non sembra diffuso uno stato di ricerca e progettualità, di chi è smarrito e cerca di trovare un nuovo orientamento. Non sembra una prassi ricorrente porsi domande, dandoci tempo e impegno per cercare a fondo. Forse è l’incertezza indelimitabile che produce un anticorpo direttamente proporzionale: la scomparsa del dubbio e dello smarrimento.

Spesso abbiamo dello smarrimento solo la sua versione facile e commiserevole, quella della lamentela e del disagio, dimensione che non ingaggia del coraggio e del cambiamento. Ci manca dello smarrimento, invece, la sua componente attiva, quella che lo trasforma in opportunità, in varco verso il futuro. Ci accontentiamo del presente, che viviamo smarriti, ma anche senza la sfida più impegnativa dello smarrimento: quella della riflessione, del pensiero e dell’introspezione.

Certo, c’è uno smarrirsi che produce fatica e disagio, quando perdiamo riferimenti che ci sono indispensabili. Ma c’è anche un timore a smarrirsi che non aiuta. La conoscenza di sé, come pure la scoperta dell’altro, hanno bisogno, come viatico, della capacità di smarrirsi, di saper perdere l’orientamento e la mappa che abbiamo in mano. Se sappiamo sempre dove andare non andremo da un’altra parte. Troviamo direzioni e futuro anche grazie allo smarrimento, quando sciogliamo il cuore dalle sue cornici e proviamo strade che non conosciamo, quando accettiamo significati e ragioni che non abbiamo verificato.

Un modo per vivere lo smarrimento è il sentimento consapevole e coraggioso del “quasi”. Una parola portentosa: quasi, quasi arrivato, quasi completato, quasi vero, quasi giusto. L’incompletezza e l’approssimazione possono avere capacità di seduzione. Nel vivere l’essere vicino a qualcosa senza averlo raggiunto, come nel vivere l’essere in prossimità senza essere arrivato consentono leggerezza.

Quando ci si appropria di una verità, quando si arriva a una conclusione, abbiamo prodotto un confine e la necessità di riconoscerlo, spesso persino di difenderlo. Allo stesso tempo abbiamo prodotto un’esclusione. La verità è esclusiva, il dubbio è inclusivo. Nel sentimento del quasi siamo ancora fuori, siamo aperti ad altro, ci consentiamo di essere approssimativi e incompleti, sperimentiamo il rapporto con la verità con leggerezza.

Se ci appassiona più l’essere alla ricerca che l’essere nel vero, se ci coinvolge di più il domandare che il rispondere, se ci affascina di più ciò che non sappiamo rispetto a quello che già sappiamo, allora sappiamo di essere sempre quasi arrivati, quasi nel vero, quasi perfetti.

Smarrirsi è allora essere fuori di sé, abbandonate le rotte e le convinzioni, i modi giusti e le risposte esatte, per accogliere l’occasione per imparare di più, quasi di più.