Quando tutto intorno tace, il cervello inizia a percepire il rumore del silenzio. La scoperta è importante. La pubblica la rivista scientifica Neuron: nel cervello esiste un circuito deputato a trasportare il segnale del silenzio dall’orecchio fino alla corteccia uditiva, nel lobo temporale. Un gruppo dedicato di neuroni che si attiva al tacere, alla sospensione, alla pausa. Quanto non vi è nulla da ascoltare si è in ascolto del nulla, attraverso un circuito di neuroni esclusivo.

Sono dunque presenti nell’encefalo due canali: uno per ascoltare il pieno e l’altro per il vuoto, uno per sentire i suoni e l’altro per sintonizzarsi sul silenzio. I due canali hanno la medesima importanza, separati e autonomi. Ma non sono indipendenti, sono integrati e in reciproco allineamento. I “neuroni del silenzio”, capaci di riconoscere il silenzio, le pause e il vuoto, sono indispensabili per dare comprensibilità ai pieni e al riempimento. Lo stesso linguaggio di parole trova senso e chiarezza perché è interrotto e scandito da pause. Ogni messaggio è un contenuto unito da silenzi.

Il silenzio non è solo un vuoto, assenza di qualcosa. Il silenzio è il modo con cui si organizza la presenza. Non vi è ordine senza silenzio. Non vi è comprensione senza silenzio.

Questa prospettiva consente di riconoscere una condizione fondamentale dell’ascolto: per essere in ascolto è necessario il silenzio, indispensabile per percepire e dar vita alla presenza. E’ il vuoto che consente la formazione di un senso e di un ordine. Il vuoto tra le parole, tra le note, tra i gesti; il vuoto riempie di senso e di comprensione la realtà. Occorre non dire tutto, se si vuole riuscire a dire qualcosa.

Allora la capacità di fare silenzio non è solo togliere e sottrarsi, ma anche saper dare al pieno una giusta comprensione. Scriveva Pitagora: “L’inizio della saggezza è il silenzio.”

L’oblio del silenzio, occupato dalla frenesia e dall’invadenza di emotività che prevaricano, danneggia la comprensione, poiché occorre silenzio per riflettere, per raccogliersi nel riesame di ciò che si vive. Senza silenzio si perdono anche i valori, poiché si fa silenzio per rispetto. Vi è necessità di silenzio anche nell’efficienza, perché è trattenendosi in una sosta che si riesce a tenere l’essenziale e a gettare il superfluo.

La pausa è l’espressione potenzialmente più accessibile, quotidiana e generativa di una capacità di fare silenzio. La pausa, come interruzione, sospensione, sosta, intervallo, intermezzo, riposo, tregua.

Possedere una disciplina del silenzio si esprime attraverso la capacità ascoltare le pause tra una domanda e una risposta, tra un’idea e un’altra, tra il dire e il fare, tra lo sguardo e il suo pregiudizio, tra l’arrivare e il ripartire, tra l’io che si mostra e la propria molteplicità che potrebbe mostrarsi.

Ecco alcune possibili pratiche di una disciplina del silenzio.

  • Saper rimanere senza parole. Quando accade che ci si trovi di fronte a una realtà che fa ammutolire, che paralizza la parola?” Per la meraviglia: “E’ tanto bello da lasciare senza parole” o per l’indignazione: “Che cosa vuoi che ti dica?”; per la collera: “E’ meglio che non parli” o per la delusione “Non ho nulla da aggiungere”.
  • Saper avere il silenzio del rispetto. Vi sono modi di essere vicini e prossimi che richiedono di tacere, perché zittirsi compensa e bilancia una vicinanza che troppo intima. In quali situazioni si è capaci di avvinarsi così tanto a qualcosa o qualcuno da comprendere che il miglior modo di essere intimi è il silenzio?
  • Saper tacere come modo per saper ben parlare. La parola è un tempio, attraverso cui si dà forma alla vita e alla relazione con il mondo. Non tutto deve essere detto e portato alla luce, il tacere è un atto linguistico, dà significato alla parola. Nel rimanere in silenzio di tiene a bada l’irruenza del proprio io e non si saccheggia ciò che si dice rubandogli l’ascolto.
  • Saper tacere nell’abbandonare e nel separarsi. Quando sopraggiunge il dolore per la separazione da qualcuno o qualcosa a cui si era legati, il silenzio è una disciplina, perché insegna e tempra la forza del sapersi staccare. E’ con il silenzio che il lutto diventa educazione per il futuro, esperienza che non solo è perdita ma anche costruzione di nuove possibilità. Il silenzio raccoglie il dolore e non lo soffoca di parole, non lo esorcizza di rumori. E’ nel silenzio che si impara dal dolore a passare da un passato a un futuro.
  • Saper fare silenzio su se stessi è un modo per comprendere meglio se stessi. Non il silenzio dell’omissione di un pensiero introspettivo, non il silenzio della sottrazione a interrogare se stessi. Semmai è il silenzio che si incontra quando le domande su di sé toccano corde profonde, quando ci si imbatte in modi di essere che non possono essere spigati attraverso le parole che si sanno, attraverso un senso che si è abituati a dirsi e a raccontarsi. Vi è un incontro con se stessi che diventa ospitalità del proprio mistero, accoglienza silenziosa della scoperta della propria moltitudine, sottratta alla ragione parlata di una coerenza, di una verità e persino di un senso.
  • Saper fare silenzio è necessario anche nella relazione con l’Altro. Ascoltare significa saper porre del silenzio tra sé e l’Altro, del silenzio necessario a impedire che le proprie parole, le proprie sensazioni, le proprie emozioni invadano la sua differenza. Il silenzio consente di sospendere l’irruenza dell’io, la sua prepotenza, per far risuonare l’Altro e la sua presenza. Immedesimarsi è ben diverso da identificarsi. Quando nell’ascoltare ci si identifica e si dice: “Anch’io”, oppure “E’ successo anche a me” avviene irresistibilmente un oscuramento dell’Altro, avvicinato nella similitudine e tolto dalla sua distanza, per renderlo subalterno alla conferma dell’io. Identificandosi si comprende l’Altro attraverso e stessi, rivedendosi come uguali. Il silenzio è dunque uno spazio necessario all’ascolto, nel quale si trattiene l’io e si incontra l’ignoto dell’Altro come scoperta. “Tutta la vita dell’uomo tra i suoi simili non è altro che lotta per impadronirsi dell’orecchio altrui.” (Kundera,)